Perché la guerra tra Israele e Iran ha superato la linea rossa (e c'è l'ombra del nucleare)

Quarant’anni di guerra-ombra e una settimana di fuoco. A che punto è adesso la sfida tra Israele e l’Iran? L’antagonismo ideologico-esistenziale tra il fondamentalismo sciita e il sionismo si aprì nel 1979 con la rivoluzione islamista dell’ayatollah Khomeini. Gli attacchi di tipo militare cominciarono nel 1982. Ma per quattro decenni i due paesi si sono combattuti prevalentemente attraverso le “guerre per procura” delle milizie filo-iraniane (Hezbollah, Hamas, Houthi) contro Israele, a cui quest’ultimo ha risposto di preferenza con operazioni chirurgiche (assassinii e attacchi aerei o missilistici mirati su obiettivi specifici).

Sabato scorso l’Iran ha varcato una soglia nuova con il lancio di oltre trecento fra missili e droni, direttamente dal suo territorio a quello di Israele. La risposta è stata molto limitata, un singolo colpo contro una base militare di Isfahan, secondo una logica di de-escalation invocata dall’America. La stessa logica sembra essere stata abbracciata dal regime di Teheran che ha deciso di sdrammatizzare l’attacco israeliano di stanotte su Isfahan e non preannuncia ulteriori rappresaglie. Che bilancio provvisorio si può tracciare di questa settimana di fuoco, di tensione e di paura?

Un murales propagandistico a Teheran (Epa)

Un murales propagandistico a Teheran (Epa)

Lo estraggo in parte dall’analisi di un’esperta americana di Medio Oriente, Robin Wright, analista allo U.S. Institute of Peace e al Woodrow Wilson International Center. Sul piano strettamente militare, la settimana si chiude su una vittoria di Israele: sia difensiva che offensiva. Le forze armate di Tel Aviv hanno dimostrato di poter decapitare un gruppo importante di dirigenti militari iraniani in Siria; hanno neutralizzato un massiccio attacco iraniano dai cieli; infine quando hanno voluto colpire in modo dimostrativo Isfahan il loro attacco è andato a segno beffando le difese aeree iraniane.

Quindi al termine della settimana di fuoco si conferma la superiorità militare di Israele sull’Iran, che peraltro nessun serio analista (né la leadership di Teheran) ha mai contestato. Questa superiorità ha però dei limiti e delle condizioni. Sabato 13 aprile l’Iran ha usato solo una frazione del suo immenso arsenale di missili e droni. Non ha voluto scatenare contro il territorio israeliano una vera offensiva coordinata da più direzioni, cioè un attacco concentrico, massiccio e simultaneo da Iran, Iraq, Libano, Siria, Yemen, come pure sarebbe in grado di fare. 

Questo arco di nazioni filo-iraniane ricorda il tema dell’accerchiamento geografico e strategico di cui mi sono già occupato, la “tenaglia” di forse filo-iraniane che circondano Israele, ma anche l’Arabia saudita. Infine, tra i limiti della vittoria di Israele il più ovvio rimane la dipendenza dagli Stati Uniti: non solo perché ad abbattere droni e missili iraniani hanno contribuito gli americani, ma anche perché gli armamenti di punta messi in campo da Israele (a cominciare dai due caccia-bombardieri F-35 che eliminarono i capi militari iraniani in Siria) sono quasi tutti “made in Usa”. Su questa dipendenza l’Amministrazione Biden fa leva (seppure non abbastanza, secondo i suoi contestatori da sinistra) per condizionare Netanyahu.

Robin Wright estrae alcune conclusioni, naturalmente provvisorie. Primo: per quanto le ultime battute sembrino rientrare in una logica di de-escalation, in questa settimana di fuoco è stata oltrepassata una linea rossa, nel senso che il conflitto Israele-Iran è diventato uno scontro diretto. Questo avviene, ricorda la Wright, in un contesto in cui i due paesi hanno i governi più estremisti della loro storia: Israele non aveva un governo così radicale dal 1948 e l’Iran dal 1979. «E nessuno dei due paesi è destinato a cambiare molto, nel breve termine, anche qualora i loro leader vengano sostituiti», secondo l’analista americana. 

Ciascuno di questi due governi ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di prevalere sull’avversario. L’Iran è stato confrontato con la propria inferiorità militare. Israele non ha una strategia di lungo termine per ridurre le tensioni e stabilizzare il Medio Oriente: è Biden a venire in suo soccorso, da ultimo con il tentativo di rilancio di un accordo con l’Arabia saudita (riconoscimento diplomatico in cambio di uno Stato palestinese).
Il ritorno alla casella precedente – cioè guerre per procura attraverso milizie filo-iraniane da una parte, colpi chirurgici dall’altra – significa che il conflitto tra Israele e l’Iran torna a proiettarsi sui tempi lunghi, non si risolve con guerre-lampo, assomiglia piuttosto a una super-maratona, oppure a una partita a scacchi.

Uno strappo futuro potrebbe venire, sul fronte iraniano, se Teheran supera la tappa finale nella costruzione dell’arma nucleare. Questo darebbe al regime degli ayatollah il tipo d’impunità che non ebbero né Gheddafi né Saddam Hussein. Ma l’attacco limitato di Israele a Isfahan può veicolare anche questo messaggio: «Sappiamo colpire i vostri centri nucleari e non esiteremo a farlo». Infine nel rilancio americano della carta saudita, ci sta anche quell’ipotesi di un accordo di cooperazione nucleare a cui l’Arabia punta come polizza assicurativa contro un’aggressione iraniana. Il tema della proliferazione nucleare in Medio Oriente resta, all’orizzonte, come un potenziale “game-changer”, una svolta che cambierebbe le regole del gioco.

19 aprile 2024

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