L'importanza di Isfahan per l'apparato bellico di Teheran, la versatilità dell'uso di droni e la presenza di cellule di resistenza ai pasdaran: il confronto tra le due nazioni dal 2011
Due date, una lontana e l’altra vicina, per “eventi” nello stesso luogo: Isfahan, la città teatro dell’attacco israeliano.
Una delle prime “tacche” di una storia infinita risale alla fine del novembre 2011. In quei giorni vengono segnalate esplosioni attorno alla località iraniana. Le fonti ufficiali liquidano tutto con la spiegazione classica di “esercitazioni militari”. Invece, girano voci su qualcosa avvenuto attorno a impianti “sensibili”. Poi, negli anni, a seguire nuovi episodi, non sempre chiari. Un “incidente” alla centrale elettrica nel 2020, un grande rogo nel 2021 a Shahin Shahr, dove è ospitato un impianto di natura militare, forse produce droni o munizioni.
Più interessante l’annuncio dato da Teheran il 28 luglio 2022, quando le autorità sostengono di aver arrestato delle “spie” del Mossad, probabilmente dei separatisti curdi, accusati di preparare attacchi sempre a Isfahan. Racconto che si ripete il 14 ottobre, gli ingredienti sono identici: oppositori interni, legati al Kurdistan, e ispirati dagli israeliani per compiere attentati. Seguono un incendio – in novembre – all’interno di una fabbrica di motori e la misteriosa uccisione il 2 dicembre di un esperto.
Poi due colpi nel 2024. A gennaio un sito parte dell’industria bellica è obiettivo di un raid con piccoli droni (quadrocopter) con i pasdaran che chiamano in causa i curdi mentre ad aprile i servizi di sicurezza comunicano di aver parato un’incursione di droni, probabilmente lanciati dalle vicinanze. E a confermare questa cornice l’esecuzione, a marzo, di un “sabotatore”, ritenuto responsabile di almeno un episodio.
La cronaca dei precedenti è utile per definire alcuni punti. 1) Isfahan è uno degli snodi del complesso militare. Ci sono basi dell’aviazione e centri del programma nucleare. Alcuni ben difesi. 2) I casi rivelano una presenza di elementi pronti ad agire perché parte della resistenza al regime oppure come possibile sponda per i nemici della Repubblica islamica. 3) Costante il ricorso a piccoli velivoli senza pilota: possono essere contrabbandati all’interno; ormai sono uno strumento “universale” in mano a piccoli gruppi o fazioni. Allo stesso tempo i modelli più grandi consentono incursioni a lungo raggio. 4) Azioni di questo tipo possono essere dimostrative/simboliche e in certe situazioni creano danni. O mettono in imbarazzato la sicurezza.
5) Vi sono momenti, come questo, in cui Tel Aviv e Teheran si “accontentano” di portare fendenti e dunque il risultato della missione è relativo. Vogliono dimostrare di poter raggiungere e violare il territorio avversario. 6) I droni hanno un altro vantaggio: consentono, entro dei limiti, di negare o rivendicare la responsabilità di un gesto. Ma anche di sminuire o enfatizzare l’assalto subito, aspetto rilevante perché permette di decidere se e come reagire. 7) Israele e Iran dispongono di missili per un confronto a distanza, componente strategica rilevante, con mezzi di lancio terrestri e per gli israeliani anche sui sottomarini.