Biden«copia Trump per battere Trump»: dazi alla Cina e stretta all'immigrazione, per cominciare

«Copiare Trump per battere Trump», questo sembra essere diventato lo slogan della squadra Biden. Uno slogan segreto, implicito, mai dichiarato, comunque assai visibile. Le due ultime mosse dell’attuale presidente democratico, orientate a recuperare elettori, sono all’insegna del protezionismo. La prima sui dazi contro la Cina, la seconda sul blocco all’immigrazione clandestina. Non hanno lo stesso livello di efficacia immediata, però entrambe lanciano un messaggio politico analogo: «Quello che Donald Trump vi promette, noi democratici lo possiamo fare perfino meglio». Qualcuno a sinistra lo vive come un tradimento, ma questa accusa non è del tutto fondata. Insieme con altri segnali che arrivano da varie parti del mondo, questi gesti di Biden alludono alla nascita di un «nuovo paradigma»: un mondo che si avvia verso un’epoca in cui l’autodifesa, l’istinto di conservazione e la sicurezza prevarranno sull’apertura.

Ricapitoliamo. È recente l’ultima raffica di dazi contro le importazioni cinesi. Colpiscono una vasta gamma di prodotti, dall’acciaio fino alle auto elettriche. Su queste ultime si arriva a una tassa doganale del 100% che farebbe raddoppiare il costo dei modelli cinesi una volta entrati sul mercato americano. C’è da scommettere che non ne arriveranno molte di auto cinesi a queste condizioni. Per la verità il numero di prodotti colpiti rappresenta una quota modesta dell’interscambio Cina-Usa, per la semplice ragione che in molti settori e categorie merceologiche non è facile sostituire i prodotti «made in China» con altri. Biden ha selezionato soprattutto settori che considera strategici per la de-carbonizzazione, come appunto auto e batterie elettriche; o qualche settore politicamente sensibile come la siderurgia dove il voto operaio è conteso con Trump. Sta di fatto che oltre agli ultimissimi dazi Biden aveva mantenuto in vigore quasi tutti quelli introdotti da Trump.

 Quindi il messaggio ai lavoratori e agli industriali americani prima dell’elezione del 5 novembre è questo: anch’io vi difendo dalla Cina, come e meglio di Trump. È un cedimento all’avversario? Non proprio, anche se può sembrare che lo sia. In realtà il protezionismo ha una robusta tradizione di sinistra. La più grande protesta protezionista che io ricordi accadde nel dicembre 1999: paralizzò la città di Seattle durante un vertice della World Trade Organization (Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio). Mancavano due anni all’ingresso della Cina nella Wto, che peraltro era già nell’aria. Ad animare quella protesta – con punte di violenza e momenti di panico fra i partecipanti al summit – erano i sindacati operai e gli ambientalisti. Quindi una sinistra contraria agli accordi di libero scambio, alle delocalizzazioni, eccetera. Biden può dire che lui con i dazi contro la Cina «riscopre» quella tradizione di sinistra, lungi dall’inseguire Trump sul suo terreno.

Ancora più recente è l’annuncio di un ordine esecutivo sull’immigrazione. Di fatto equivale a una chiusura della frontiera con il Messico, se si supera un numero (basso) di ingressi quotidiani. Questo provvedimento è un po’ più difficile da attuare in tempi veloci. La chiusura effettiva comporta il dispiegamento di mezzi (polizia, militari) e anche una serie di aggiustamenti legali. È possibile che questa chiusura ai richiedenti asilo venga sospesa da ricorsi in tribunale, proprio come accadde quando un’analoga misura venne presa da Trump nel 2017. Il Congresso, che deve stanziare i fondi per mobilitare tutte le risorse necessarie al presidio di frontiera, vede attualmente un paradossale sabotaggio repubblicano. Paradossale perché Biden sta ripetendo Trump, però in questo modo rischia di togliere al suo rivale un argomento forte in campagna elettorale: il caos alla frontiera e gli ingressi incontrollati di clandestini portano voti alla destra, ivi compreso tra le minoranze etniche (black, latinos). Quindi i repubblicani, che nella sostanza dovrebbero essere felici se Biden gli dà ragione sulla restrizione degli arrivi, preferiscono sabotarlo perché hanno interesse a prolungare il caso fino al 5 novembre.

Sull’immigrazione le proteste contro la «svolta trumpiana» di Biden sono già in corso dentro il suo partito. Anche in questo caso, però, l’accusa al presidente di inseguire la destra sul suo stesso terreno sono in parte infondate. Esiste un’antica tradizione di sinistra che critica i danni dell’immigrazione: il capostipite fu nientemeno che Karl Marx, il fondatore della teoria comunista. Nei suoi scritti sulla questione irlandese Marx sottolineava gli effetti nefasti dell’immigrazione sui salari degli operai inglesi. Quella lezione fu accolta dalla sinistra americana che per un lungo periodo – dalla presidenza di Franklin Roosevelt a quella di John Kennedy – tenne le frontiere semi-chiuse e dietro quella protezione costruì un sistema socialdemocratico. Anche in questo caso Biden può vantarsi di avere riscoperto una tradizione e un patrimonio di valori dei progressisti. Lo spostamento verso una tradizione socialdemocratica e una maggiore attenzione al mondo del lavoro, non è una scelta individuale di Biden. Altri segnali analoghi vengono da sindaci democratici in metropoli sopraffatte dall’arrivo di migranti clandestini.

Su un altro fronte, la governatrice dello Stato di New York ha appena deciso di cancellare la «tassa di congestione» che doveva prelevare 15 dollari al giorno su chi entra in automobile nella Grande Mela. Una tassa ambientalista ma anche un tassa sui meno ricchi: la governatrice ha scelto di non scontentare i lavoratori pendolari.

Resta da valutare se «copiare Trump per battere Trump» sarà davvero una ricetta vincente. I rischi ci sono. Una parte dell’elettorato può interpretare il messaggio in modo avverso: se Biden conferma la politica dei dazi e le restrizioni all’immigrazione, allora aveva ragione Trump e quindi tanto vale riportare alla Casa Bianca il modello originale, anziché un imitatore che fino a ieri ne aveva demonizzato le politiche. Su un altro versante: le accuse dall’ala sinistra del partito di aver tradito i valori progressisti, possono spingere alcune fasce di elettori giovani o radicali verso candidati indipendenti come Robert Kennedy Junior, Cornel West.

Qualunque sia alla fine l’impatto netto sul voto del 5 novembre, resta un segnale di fondo: i democratici Usa prendono le distanze dal mondo delle frontiere aperte, perché quel mondo si è rivelato troppo affollato di nemici o di minacce.

7 giugno 2024

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