In questa America dove il film della stagione s’intitola “Civil War”, una storia di fantapolitica su un nuovo conflitto secessionista, a che punto è la “guerra civile” a bassa intensità – e finora pochissimo spargimento di sangue – che ha tra i suoi protagonisti Donald Trump? Da ieri lui è il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti ad essere stato riconosciuto colpevole di vari reati al termine di un processo.
La giuria popolare ha deciso all’unanimità, come peraltro è indispensabile perché un processo penale possa arrivare al suo esito. La pena, che spetta al giudice stabilire, dovrebbe essere annunciata l’11 luglio. Potrebbe arrivare fino a quattro anni di carcere. Si prevede che Trump faccia appello. Questo potrebbe trascinare la vicenda oltre la data delle elezioni (5 novembre). Però in America solitamente l’appello non sospende la pena. In teoria potremmo avere un candidato che continua a fare campagna dietro le sbarre, magari vincendo un secondo mandato dal carcere.
Il primo segnale sullo stato dell’America è di grande confusione sotto il cielo. Un galeotto alla Casa Bianca? Il secondo segnale è più positivo: la confusione è tipica delle democrazie. «C’è un giudice a New York» riecheggia la celebre frase «ci sarà pure un giudice a Berlino»: evoca la fiducia che alla fine il nostro sistema ci renderà giustizia, anche contro i soprusi dei potenti. Ieri dodici giurati popolari hanno giudicato un potente, lo hanno trovato colpevole, il rito della giustizia si è celebrato in modo esemplare. Da questo punto di vista abbiamo avuto una prova di buona salute della liberaldemocrazia più antica del mondo, la Repubblica americana nata 237 anni fa. Attenderemo per sempre, e forse invano, che Vladimir Putin sia chiamato a rispondere dei suoi crimini contro l’umanità, contro il popolo ucraino, contro quello russo. Attenderemo a lungo che perfino Benjamin Netanyahu sia giudicato, pur in un paese democratico come Israele. Lunga vita alla Repubblica americana.
Forse, invece, la sua salute non è così eccellente. «Processo farsa, giudici corrotti, sarà il popolo a giudicarmi», ha detto e ribadito più volte Trump. In diverse varianti dello stesso concetto, un ex presidente degli Stati Uniti ha dimostrato il suo disprezzo per la Costituzione. No, il voto dei cittadini non ha il potere di cancellare una sentenza. Un conto è l’investitura popolare: gli americani hanno il diritto di decidere il 5 novembre che vogliono Trump per una seconda volta alla Casa Bianca, a prescindere dai reati per i quali è stato giudicato colpevole. Non hanno invece il potere di cancellare una sentenza. La Costituzione prevede una magistratura indipendente, potere separato, che applica la legge. Nell’ordinamento americano “il popolo” entra anche nell’aula del tribunale, rappresentato dai dodici giurati. «Hai il diritto di difenderti dalle accuse davanti a una giuria dei tuoi pari», secondo la Costituzione. Quella voce del popolo si è espressa e ha deciso che Trump è colpevole.
Tuttavia mezza America, o quasi, disconosce quel verdetto. Perché? Le condizioni in cui è maturato si prestano effettivamente a critiche e riserve. Nessun sistema giudiziario è perfetto, quello americano ha difetti così illustri e plateali da avere alimentato interi filoni della letteratura e del cinema. Il procuratore di Manhattan che ha guidato l’istruttoria, Alvin Bragg, fa parte di quella magistratura elettiva che conquista incarichi in seguito a esplicite campagne elettorali, su una piattaforma politica. È notoriamente un ideologo di estrema sinistra, che con il suo lassismo verso la criminalità ha contribuito al recente degrado della sicurezza nella più grande metropoli americana. Il processo sui soldi di Trump alla pornostar Stormy Daniels ha fatto storcere il naso a molti giuristi autorevoli, anche di sinistra. Bragg ha dovuto interpretare in modo molto creativo il codice, per trasformare in reato quella che solitamente è un’infrazione civile punibile con una multa (la manipolazione del bilancio aziendale usata per nascondere il pagamento a Stormy Daniels). La giuria ha dato ragione al procuratore, ma New York è una città che da molto tempo vota per il partito democratico a larghissima maggioranza, ed è opinabile che dodici giurati popolari residenti in questa città siano oggettivi e imparziali come vorrebbe la legge.
Non sono certo l’unico a rimpiangere che Trump non sia stato chiamato a rispondere di altre accuse. Per esempio sul ruolo che egli ebbe nell’aizzare l’assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Oppure sui suoi tentativi di manipolare la certificazione del risultato elettorale del novembre 2020, facendo pressioni sui repubblicani al governo in alcuni Stati Usa. Quei processi avrebbero consentito di affrontare temi più sostanziosi. L’unico che si è riuscito a tenere “in tempo utile”, prima delle elezioni, è stato il meno serio di tutti. E ha visto come protagonista un magistrato ampiamente screditato. Bragg presentandosi come un “eroe della resistenza democratica” si è reso intoccabile, mentre in precedenza aveva rischiato seriamente di essere cacciato.
Da parte democratica qualcuno si è chiesto di recente «come Trump avrebbe reagito se gli assalitori del Campidoglio il 6 gennaio 2021 fossero stati dei neri». L’accusa all’ex presidente è di aver mostrato indulgenza, comprensione, incoraggiamento, perché i protagonisti di quella sommossa erano un pezzo della “sua” America: bianchi di estrema destra, probabilmente razzisti, implicitamente fascisti. Ma una domanda speculare può rivoltarsi contro i democratici. Loro si trovarono davvero in un contesto rovesciato: quando ad assaltare sedi istituzionali e palazzi governativi erano bande di ragazzi black, nell’estate 2020, per “vendicare” l’afroamericano George Floyd ucciso da un poliziotto. Assalti alle istituzioni e violenze contro le forze dell’ordine in quel caso furono condonati, perdonati, legittimati, mai perseguiti ai sensi della legge.
Ciascuna delle due Americhe continua ad arroccarsi in questa logica tribale. Pochi fanno uno sforzo per capire le ragioni della parte avversa. Rari sono coloro che a sinistra si chiedono com’è possibile che un vero mascalzone come Trump sia diventato per un pezzo della nazione il simbolo di un altro tipo di “resistenza”: contro l’establishment delle élite costiere, il disprezzo snob verso i non laureati, il razzismo esplicito contro i bianchi cristiani, il conformismo dogmatico di Hollywood e del capitalismo digitale.
Qualcuno ci prova. Per esempio, all’interno del partito democratico si sono levate delle voci dal centro moderato per consigliare a Joe Biden un gesto clamoroso e potenzialmente decisivo: un perdono presidenziale a beneficio di Trump. Sarebbe geniale, per tante ragioni. Sul momento non avrebbe conseguenze pratiche, perché il perdono presidenziale cancella solo i reati federali, quindi non il processo di Manhattan (che ha applicato la legge dello Stato di New York). Ma un perdono di Biden a Trump avrebbe un effetto politico fantastico: toglierebbe all’ex presidente l’aureola del martire, gli negherebbe la risorsa del vittimismo e del complottismo. Quello sì, sarebbe un passo verso la riconciliazione nazionale, per spegnere la guerra civile endemica e latente, rilanciare un dialogo tra le due tribù avverse. Un gesto alla Nelson Mandela… Finora non vedo segnali che Biden prepari un simile colpo di scena. Al contrario, i democratici sembrano poco fiduciosi nella democrazia. Oltre alla scorciatoia giudiziaria contro Trump, stanno facendo di tutto per evitare che sulle schede elettorali dei 50 Stati compaia il nome di Robert Kennedy Junior, ex democratico e oggi candidato indipendente. La squadra di Biden ha così poca fiducia nel proprio candidato e negli elettori, che cerca di ridurre la scelta in ogni modo possibile.
Lo stesso vale per i sospetti della destra sui brogli. Non è mai stato dimostrato che avvengano brogli di massa facendo votare stranieri senza la cittadinanza, come sostengono Trump e altri repubblicani. Ma sarebbe facile diradare questi sospetti una volta per tutte, con delle verifiche d’identità ai seggi elettorali. Quando dico ai miei amici italiani ed europei che a New York è vietato chiedere un documento a chi vota, molti non mi credono.
Il film “Civil War” presenta uno scenario improbabile: in quella storia California e Texas combattono insieme per la secessione contro il governo centrale, cosa poco verosimile visto che quei due Stati rappresentano i poli opposti della sinistra radicale e della destra trumpiana.
Però non è ancora cominciata quella ricerca di un terreno comune, che scongiuri per il futuro episodi come il 6 gennaio 2021. Di nuovo sento tanti amici democratici pronunciare la frase fatidica: «Se rivince Trump emigro, in Canada o in Europa». Me la ricordo bene quella frase. Gli stessi amici la dicevano nel 2000 e nel 2004 a proposito di George Bush; evitarono invece di ripeterla nel 2016 all’epoca della sfida Trump-Hillary perché non prendevano sul serio The Donald. La promessa o minaccia dell’esilio – mai mantenuta – evidentemente è un vezzo. La dice lunga sul fatto che lo scenario della riconciliazione non viene neppure preso in considerazione. Ciascuno si augura, semplicemente, che l’altra metà d’America un bel giorno sparisca nel nulla, inghiottita nell’immondezzaio della storia. Oppure che sia protagonista di un pentimento di massa, di colpo illuminata dalla verità. O infine che venga sottoposta a “rieducazione”, come auspicò Hillary Clinton con un infortunio verbale rivelatore. Al confronto la fantapolitica al cinema forse è più realistica.
31 maggio 2024
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