Cinquantenne, democratico, due figli: al primo appuntamento con la futura moglie si presentò vestito da boy-scout. Ha cercato di incriminare The Donald cento volte. «L'unica voce che conta è quella dei giurati»
«Il nostro compito è seguire i fatti e la legge senza paura né favoritismi, ed è esattamente quello che abbiamo fatto qui». Lo ha affermato il procuratore distrettuale di New York, Alvin Bragg, dopo la condanna di Donald Trump, sottolineando che mentre ci sono «molte voci là fuori, l'unica voce che conta è quella della giuria». Quanto al futuro e alla pena che potrebbe essere inflitta all'ex presidente americano - verrà decisa l'11 luglio - il procuratore non si è voluto sbilanciare: «Lascerò che le nostre parole in tribunale parlino da sole quando arriveremo alla questione della sentenza», ha commentato. «Non affronterò scenari ipotetici».
«Alvin ti ucciderò»
Non solo Trump. Questo è anche il momento di Alvin Bragg: 50 anni, nato a Harlem, laureato a Harvard, primo afroamericano a ricoprire l'incarico di procuratore distrettuale di Manhattan. Per mesi Bragg è stato oggetto di critiche feroci da parte del tycoon repubblicano. Un procuratore eletto nelle file del partito democratico, accusato di fare «il lavoro sporco» per conto di Joe Biden e della sua «cricca».
Gli uomini dell'ex presidente l'hanno dipinto come un burattino al soldo di George Soros, finanziere filantropo, super-donatore dei democratici. A marzo, quando Trump era stato incriminato dalla procura di Manhattan, Bragg aveva ricevuto una lettera minatoria contenente polvere da sparo e un biglietto: «Alvin ti ucciderò».
In aula con i Girasoli di Van Gogh
C'era anche lui ieri pomeriggio nell'aula del tribunale di Manhattan gremita al momento della sentenza. Occhi di tutti puntati sul giudice Juan Merchan e sui giurati, che The Donald dal banco dell'imputato ha squadrato uno per uno mentre pronunciavano il loro «sì» alla condanna. Più defilato il procuratore, con i membri dello staff seduti nelle retrovie. Defilato anche il veterano Joshua Steinglass, vice procuratore dal 1998, il magistrato che ha pronunciato la requisitoria finale. In aula c'erano solo due posti liberi, o meglio occupati da qualcuno che al gran finale non si è palesato: un posto a sedere con un giornale sopra, l'altro con un cuscino con l'immagine dei Girasoli di Van Gogh.
Più tardi, fuori dall'aula del giudizio, Bragg si è tolto le sue soddisfazioni con parole sobrie parlando dal podio, con lo staff schierato alle sue spalle, mentre Trump denunciava «la vergogna» del processo a suo carico. Pizzetto e pancetta poco sportiva, nessun protagonismo da esibire: «L'unica voce che conta è quella della giuria».
La carriera di un tranquillo mastino
Un protagonista che non ti aspetti: «Nessuno di noi poteva crederci - ha raccontato al New York Times Erin Murphy, che insegna Legge alla New York University ed è parte di una cerchia di amici e amiche del procuratore: «Alvin al centro di tutto questo!».
Gli amici lo hanno spesso preso in giro per l'abbigliamento non sempre all'altezza della situazione. Poca apparenza, un nerd della giustizia, così è stato descritto in questi mesi di ribalta mediatica. Unico figlio di Alvin Senior e Sadie, il mastino di Trump è cresciuto ad Harlem, il quartiere nero per eccellenza di New York, dove per tre volte da teenager fu fermato dalla polizia con le armi puntate. Dopo gli studi a Harvard, gavetta da avvocato in uno studio privato e poi negli uffici della Corte distrettuale, Bragg è entrato per la prima volta nella squadra della Procura nel 2003, l'anno in cui ha sposato Jamila (hanno due figli). Bragg, ex procuratore federale, ha avuto un ruolo nelle inchieste sulle malversazioni attribuite alla Fondazione Trump e sugli abusi sessuali commessi dal produttore Harvey Weinstein. Nel giugno 2019, dopo sei mesi da professore della New York Law School, si è candidato per le nomination democratiche alla carica di Procuratore distrettuale di New York, arrivando fino in fondo ed entrando in carica nel gennaio 2022. In quell'anno, il suo ufficio ha perseguito 3.800 casi di crimini violenti commessi a New York, mai così tanti nel decennio precedente. E intanto si focalizzava sul caso Trump-Stormy Daniels.
Il video con DeNiro
Le sue critiche a Trump erano emerse in un video del 2019, presentato dall'attore Robert DeNiro, quando insieme con altri dieci ex procuratori federali Bragg (allora docente di Diritto) aveva sostenuto che nell'inchiesta di Robert Muller III sulle indebite manovre russe per condizionare le elezioni Usa del 2016 c'erano motivi sufficienti per incriminare l'ex presidente.
Cento volte
Alle calcagna di The Donald. Parlando con il New York Times nel 2021, durante la sua campagna elettorale per il posto di procuratore capo, Bragg si è vantato di aver cercato di perseguire le condotte di Trump con «più di cento procedimenti». E anche di essersi presentato al primo appuntamento con la futura moglie Jamila vestito da Boy-Scout, dopo un evento alla Abyssinian Baptist Church da lui assiduamente frequentata: «Lei ha voluto comunque mangiare con me. E mi ha sposato!».
Su cento tentativi, uno andato a segno. Abito impeccabile la mattina del 15 febbraio di quest'anno, quando l'imputato Donald Trump è arrivato per la prima volta nell'aula di giustizia dove Alvin Bragg aspettava seduto in seconda fila. Pochi, nei mesi precedenti, avrebbero scommesso che il nerd di Harlem sarebbe arrivato a quel punto. Gli avvocati del tycoon hanno chiesto la non prosecuzione del caso, mentre l'ex presidente guardava distrattamente il soffitto. Il giudice non ha accettato la richiesta. Alvin Bragg quel giorno ha diffuso un brevissimo comunicato, in cui i collaboratori lo hanno convinto a dirsi «soddisfatto». «Pleased». Ieri di più.