Suviana, la ricostruzione: «Le vittime sono morte scappando, avevano capito che erano in pericolo»

diAlfio Sciacca

Sei le vittime recuperate e un disperso. «Dai rumori avevano capito che erano in pericolo». Un testimone: «Hanno sentito uno strano rumore, come di un motore che prende a girare a vuoto»

Camugnano (Bologna) — Avrebbero avuto, netta, la percezione che qualcosa non andava nella turbina appena avviata tra il nono e l’ottavo piano sotto il livello del lago. Uno strano rumore, «come di un motore che prende a girare vuoto», avrebbe raccontato un testimone. Avvisaglia di chissà quanti secondi o minuti. Sufficiente comunque a convincerli che era opportuno abbandonare l’area in cui stavano lavorando. Qualcuno è stato più lesto a scappare, altri forse hanno temporeggiato. E chi dei 15 tecnici impegnati nel collaudo della turbina è rimasto indietro è stato investito dall’esplosione.

Una ricostruzione ritenuta «molto plausibile» dopo il rinvenimento di tre dei quattro dispersi che erano intrappolati nella parte più bassa di questo palazzone rovesciato della centrale idroelettrica di Enel Green Power sul lago di Suviana. Si tratta di Adriano Scandellari, 57 anni, di Ponte San Nicolò (Padova), dipendente di Enel Green Power, di Paolo Casiraghi, milanese di 59 anni, tecnico di Abb e di Alessandro D’Andrea, 37 anni, di Pontedera (Pisa) che lavorava per la Voith Hydro di Cinisello Balsamo. All’appello manca solo Vincenzo Garzillo, napoletano di 68 anni, dipendente di Lab Engineering. Segnali anomali.

Per il comandante dei Vigili del Fuoco di Bologna Calogero Turturici: «Non c’è stata un’esplosione improvvisa dell’alternatore. Ma è stata preceduta da segnali anomali che hanno convinto gli operatori di trovarsi in una situazione di pericolo e quindi ad avviare un percorso di esodo. Durante questa fase sono stati investiti dall’esplosione. Per il fatto stesso che qualcuno si è salvato evacuando la zona vuol dire che quello scenario è iniziato con dei segnali premonitori». E chiude con amarezza: «È probabile che tutti abbiano avuto la possibilità di muoversi in un tentativo di evacuazione: alcuni ci sono riusciti altri, purtroppo, no».

I corpi dei tre dispersi sono stati recuperati tutti al piano meno nove, a pochi metri l’uno dall’altro. Anche l’ultimo dei dispersi viene ricercato nello stesso piano dove sono stati individuati i cadaveri dei tre colleghi di lavoro. Tra il luogo in cui sono stati rinvenuti i dispersi, quello in cui erano i feriti e poi gli operai rimasti illesi è come se venisse fuori un sorta di tracciato di un’immaginaria via di fuga che non per tutti è stata la via per la salvezza.

«Ci siamo concentrati su quella zona dove ora riusciamo ad operare anche meglio per le mutate condizioni di visibilità», spiegano i sommozzatori impegnati nelle ricerche. Nell’arco di un tempo relativamente breve, infatti, si è riusciti a risucchiare con potenti idrovore quante più sostanze oleose, poi portate via con autobotti. Ciò ha contribuito a «chiarificare l’acqua», aumentato la visibilità nella parte della centrale ancora allagata. «Stiamo operando agli ultimi piani con un livello dell’acqua di circa nove metri, ma con una visibilità di un metro mentre prima era praticamente zero», spiega il capo dei sommozzatori dei Vigili del fuoco Giuseppe Petrone.

Di conseguenza, anche se a costo di turni massacranti, ieri le ricerche hanno avuto un notevole accelerazione. «Proseguiremo anche durante la notte — assicura il portavoce nazionale dei Vigili del fuoco Luca Cari —. Non ci fermeremo fino a quando non sarà recuperato anche l’ultimo disperso».

Ed è scesa in campo anche la Protezione civile nazionale, con il suo capo dipartimento Fabrizio Curcio. «Dobbiamo operare in fretta per rispetto soprattutto delle famiglie dei dispersi che abbiamo voluto accogliere all’interno della centrale e alle quali forniamo tempestivamente ogni aggiornamento», spiega. I familiari

Attesa piena di angoscia quella di mogli e figli che si intravedono sotto un tendone bianco. C’è chi è qui dalla sera della tragedia. Devastati dal dolore sono assistiti da un supporto psicologico e dalle parole di conforto di colleghi e amici dei loro cari. La ricomposizione dei cadaveri ha inoltre consentito, sempre all’interno della centrale, anche il triste rito dei riconoscimento delle salme. Un mix di sofferenza, devastazione, sofisticati apparati di ricerca e volti stravolti dei sommozzatori a fine turno. Tutto si consuma all’interno di questa cittadella sulle colline dell’Appenino Emiliano. Rischi ambientali

Con il recupero dei dispersi la centrale di Bargi si prepara a chiudere la prima fase dell’emergenza, quella sicuramente più dolorosa. Ma ne attende altre non meno complicate. A cominciare dai possibili rischi ambientali. Con l’esplosione, la cui potenza è plasticamente espressa da parte della turbina che dal nono piano è arrivata sino al quarto, ci sarebbero state delle dispersioni di amianto. «Stiamo monitorando — dice l’assesore regionale alla Protezione Civile Irene Priolo —, ma il quantitativo che ci è stato segnalato non è rilevante. Nessun allarme». Altra preoccupazione: lo sversamento di sostanze inquinanti. «I due prelievi fuori dal sito hanno rilevato una presenza di idrocarburi che imputiamo alla prime operazioni. Mentre il campionamento fatto al centro del lago è nella norma», assicura l’assessore.

E poi c’è il tema del futuro della più grossa centrale dell’Emilia Romagna. Il procuratore Giuseppe Amato ipotizza un sequestro circoscritto ai soli piani 8 e 9 sotto terra, ma l’impianto attualmente è fermo. Per quanto tempo ancora? E con quali conseguenze?

12 aprile 2024 ( modifica il 12 aprile 2024 | 09:07)

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