Giovanni Toffolo, veneziano, lavorava col team di Adriano Scandellari, la vittima veneta: «Senza senso le polemiche sui subappalti. Chi stava lavorando lì era il top di settore»
«Quando stai lì a sessanta metri sotto il livello dell’acqua anche dopo tanti anni di lavoro la sensazione è quella di essere in trappola. Ti chiedi “Quanto tempo ho per salvarmi la vita se salta tutto?”. E la risposta è: pochi minuti». Giovanni Toffolo, veneziano, fino a due anni fa era commissioning manager del team di Enel Green Power, lo stesso che è stato coinvolto dalla tragedia della centrale idroelettrica di Suviana. Partecipava ai collaudi, dopo i lavori di manutenzione, proprio come Adriano Scandellari, Busetto e Bellabona. Spesso ha lavorato proprio con loro. E in queste ore terribili si è fatto un’idea di quello che potrebbe essere successo. «Non ero lì quindi le mie sono solo ipotesi. Ci ho pensato e ripensato perché loro erano i miei compagni di lavoro, persone preparatissime. Mi sono fatto un’idea ma naturalmente è una riflessione totalmente personale».
Cos’ha pensato?
«Ci potrebbe essere stato un problema all’alternatore. Si potrebbe essere sbilanciato. Parliamo di una macchina di 140-150 tonnellate di peso che gira a 370 giri al minuto, circa 5 giri al secondo. Questo potrebbe aver divelto una parte della struttura rompendo anche i cuscinetti. Va tenuto conto che i cuscinetti sono l’unico punto di tutta la centrale in cui c’è olio. Serve per lubrificare, togliere attrito ad una struttura così grande che gira di continuo. L’incendio sarebbe potuto partire da lì».
Un «banale» sbilanciamento quindi? Ma come si evita?
«Non è poi così banale visto il peso della macchina. Evitarlo? È possibile solo con il monitoraggio. Se i sensori che misurano le vibrazioni vedono uno scostamento eccessivo dai range previsti per legge il collaudo si ferma. In questo caso credo però che il problema sia stato improvviso. Parliamo di un pool di persone super esperte, che in queste operazioni monitora tutto. Per capirci: il computer centrale monitora le vibrazioni. In fase di collaudo i pool non si “fidano” del computer centrale e monitorano anche autonomamente con dei sensori quello che succede. Il gruppo di Scandellari e Busetto si occupava proprio di quello. Se ne sarebbero accorti. E avrebbero interrotto tutto».
Si è parlato anche della rottura della turbina.
«Ecco questo invece lo escluderei. L’acqua che scende nella condotta, parliamo di una condotta di 1 km di 4 metri di diametro, arriva dal lago che si trova 300 metri più a monte e ha tutta la pressione del lago stesso. Parliamo di una condotta che porta 45-46 metri cubi al secondo di acqua. Sarebbe arrivata da sotto e avrebbe riempito il volume vuoto della centrale in pochi minuti causando anche una sorta di grande fontana».
Le è mai capitato?
«No, per fortuna. Ho fatto però un centinaio di collaudi di quel tipo, a volte proprio con queste persone e la prima cosa che ti chiedi è proprio quanto tempo avresti per scappare. Li chiamano ambienti “confinati”. Quando sei lì dentro consapevole del rischio hai sempre le antenne tirate. Guardi gli altri continuamente cercando conferme. Ci deve essere una fiducia assoluta dei propri compagni perché la tua vita è anche nelle loro mani. Io dico che quelle persone lì si sarebbero accorte di tutto se ci fossero state avvisaglie, li conosco bene. Aggiungo che anche tutti i discorsi sui subappalti hanno pochissimo senso. Le persone chiamate da altre ditte sono esperti conosciutissimi. C’è chi costruisce le macchine e chi controlla gli impianti. È una procedura assolutamente normale. In più il collaudo era arrivato in fondo».
In che senso?
«Erano allo stadio quasi finale. Quando è accaduto il disastro la macchina stava lavorando a pieno carico. Questo significa che tutti i test fatti finora erano andati bene. In questi casi, infatti, si procede a step. Appena qualcosa non va ci si ferma. Si può decidere di procedere comunque con piccoli scostamenti. Ma mi pare strano che abbiano ignorato i segnali, conoscendoli. Dev’essere stato qualcosa di improvviso, che li ha portati via».
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