Vitaliy Klitschko: «Putin è un fanatico violento che vuole indebolire la capacità di resistenza della nostra gente. Se temo che Trump possa tornare alla Casa Bianca? Il partito repubblicano è sempre stato anti russo»
DAL NOSTRO INVIATO
KIEV - «I prossimi mesi saranno molto difficili per Volodymyr Zelensky. Dovrà continuare la guerra con nuove morti e distruzioni, oppure prendere in considerazione un compromesso territoriale con Putin? E, in questo caso, che pressioni arriveranno dall’America, se dovesse vincere Trump? E come spiegare al Paese che occorre rinunciare a pezzi di nostro territorio costati la vita a migliaia dei nostri eroi combattenti? Qualsiasi mossa faccia, il nostro Presidente rischia il suicidio politico. Sia ben chiaro, dobbiamo vincere la guerra, però la situazione si sta facendo sempre più complicata, dipende dagli aiuti che arrivano dagli alleati, sarebbe un incubo se dovessimo combattere per altri due anni».
Verso la fine della nostra ora di intervista, nel suo ufficio all’ultimo piano della municipalità di Kiev, il sindaco Vitaliy Klitschko inclina un poco verso la scrivania il busto potente da ex pugile e stringe gli occhi. «Zelensky probabilmente dovrà ricorrere a un referendum, non credo possa raggiungere da solo accordi tanto dolorosi e importanti senza la legittimazione popolare. Una via d’uscita per lui potrebbe essere la creazione di un governo d’unità nazionale, un po’ come è avvenuto in Israele dopo l’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre. Però, non sono certo sia disposto a rinunciare al potere accentrato nelle sue mani che gli garantisce la legge marziale sin dal primo giorno dell’invasione russa», dice soppesando con attenzione le parole.
Sindaco lei è noto per essere un oppositore politico di Zelensky…
«Sia ben chiaro, io ho sempre avuto ottime relazioni con lui, è lui che le ha cattive con me».
In febbraio lei aveva criticato la scelta del Presidente di rimuovere il capo di Stato maggiore, Valeriy Zaluzhnyi. Lo accusa ancora di essere troppo accentratore?
«Sì, Zelensky ha concentrato troppo potere nel suo ufficio. Ne consegue che il parlamento ha perso ogni ruolo rilevante. Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra è una repubblica democratica legata alla tradizione dei governi europei. Stiamo lottando per difenderci dalla dittatura russa, vogliamo restare del tutto diversi dal regime di Putin. Già sei mesi fa ho detto alla stampa tedesca che sentivo puzza di autoritarismo a casa nostra».
Zelensky ha promulgato la legge marziale all’inizio della guerra di fronte all’emergenza dell’invasione. Lei non era d’accordo, vorrebbe limitarla?
«Sono sempre stato assolutamente d’accordo. La legge marziale è servita per la mobilitazione nazionale e per garantire l’unità del Paese. Ma adesso occorre evitare che tutte le scelte importanti siano relegate solo all’ufficio della presidenza. Zaluzhnyi era molto popolare e la sua rimozione ha creato rabbia e malcontento. Zelensky non è stato in grado di motivare la sua scelta e non va bene, non cementa l’unità».
Sarebbe favorevole alle elezioni?
«Assolutamente no. Nessuno le vuole adesso, neppure i più critici del Presidente. La battaglia politica interna potrà cominciare solo quando sarà finita la guerra con la Russia. Le elezioni oggi farebbero solo il gioco di Putin, dividerebbero l’Ucraina e ci indebolirebbero di fronte a un nemico che cerca in tutti i modi di annientarci».
La soluzione?
«Una coalizione d’unità nazionale che aiuti a governare in modo collegiale e condivida le scelte importanti, come per esempio la gestione molto delicata della nuova legge sulla mobilitazione».
Come vede la proposta di Zelensky per organizzare una seconda conferenza di pace internazionale entro novembre, dopo quella in Svizzera di metà giugno, ma questa volta con la presenza di una delegazione russa?
«Vediamo, non so. I russi sono ambigui, impossibile fidarsi di loro. Putin parla di aperture alla pace, ma in verità prende tempo per occupare l’intera Ucraina, tradisce sempre le sue promesse. Putin spera ancora di potersi prendere Kiev. Comunque, nulla di concreto potrà avvenire prima delle elezioni americane. Gli Stati Uniti sono un partner fondamentale, che dovrebbe garantire gli accordi con Mosca e tutti prima di fare qualsiasi scelta vogliono sapere chi sarà il prossimo presidente a Washington».
Teme la vittoria di Trump?
«Con lui dovremo lavorare, se dovesse venire eletto. Ma non sarei troppo precipitoso, per ora siamo nel polverone dalla campagna elettorale. Ciò che viene detto prima del voto anche rispetto all’Ucraina poi, dopo le elezioni, sarà molto diverso. E il partito repubblicano è sempre stato antirusso, non vedo perché mai debba adesso sostenere le ragioni di Putin. A Washington sanno tutti molto bene che la dittatura russa rappresenta un pericolo per le società democratiche occidentali».
A Kiev la gente soffre terribilmente il caldo, manca energia per i condizionatori, come farete quest’inverno?
«Stiamo costruendo un sistema di generatori decentralizzato con una rete di distribuzione alternativa. Certo occorrono più missili antimissili. Kiev è la città più munita di difese antiaeree di tutto il Paese, che però non sono sufficienti. Al momento disponiamo solo del 40 per cento dell’elettricità che avevamo prima della guerra».
Come spiega l’attacco russo dell’8 luglio contro l’ospedale pediatrico di Kiev?
«Non c’è una spiegazione: Putin è un fanatico violento che vuole indebolire la capacità di resistenza della nostra gente. Sogna di poter occupare tutta l’Ucraina e che la grande maggioranza della sua popolazione se ne vada all’estero».
Un bilancio della capitale dopo 29 mesi di guerra?
«Avevamo 4 milioni di abitanti. Durante le prime settimane dell’attacco russo erano scesi a meno di un milione, oggi sono risaliti a 3, oltre a 800mila sfollati da altre regioni. A conti fatti, manca ad oggi circa un quarto degli abitanti originari. Le bombe russe hanno distrutto o danneggiato gravemente circa 800 edifici, i morti sono oltre 200, dei quali una decina di bambini».