Il presidente russo è preoccupato soprattutto di vincere in Ucraina, quello cinese ha obiettivi di lungo termine e non può (ancora) fare a meno dell'Occidente
Va in scena il vertice numero 42 nella storia dei rapporti tra Vladimir Putin e Xi Jinping. Lo Zar arriverà a Pechino giovedì 16 maggio per due giorni di «discussioni sulla cooperazione strategica e uno scambio di vedute sulle questioni internazionali», dicono insieme il Cremlino e il ministero degli Esteri cinese. Nessun dettaglio sui contenuti.
Il nuovo vertice era in programma da tempo e lo Zar lo ha preparato definendo Xi un grande amico e «un vero uomo». D’altra parte le attestazioni di stima e affetto tra i due potrebbero riempire un libro. La più notevole è quella del 4 febbraio 2020, quando venti giorni prima dell’aggressione russa all’Ucraina, Xi e Putin proclamarono la «collaborazione senza limiti».
Prima delle promesse e dell’amicizia personale però vengono gli interessi nazionali. E i cinesi hanno ben presente i loro: evitare ulteriori sanzioni finanziarie e commerciali minacciate da Washington contro banche e aziende di Pechino per fermare la cessione di tecnologia e macchinari «doppio uso» (civile e militare) che servono ai russi per continuare la produzione bellica.
Putin in questa fase ha una visione di breve termine: vincere la sfida in Ucraina a ogni costo. Ha bisogno del sostegno cinese, delle forniture «dual use» che servono per le armi più sofisticate, perché i milioni di proiettili di artiglieria acquistati in Nord Corea non bastano a sfondare il fronte. L’intelligence americana crede che siano «made in China» il 90% dei semiconduttori importati dalla Russia nel 2023 e usati per guidare missili, aerei e tank. E vengono dalla Cina il 70% dei macchinari industriali impiegati dai russi per accelerare la ricostituzione del loro arsenale bellico.
Il nuovo ministro della Difesa scelto da Putin, Andrei Belousov, è un economista cha ha coltivato ottimi contatti con i cinesi e la sua nomina è anche un indizio di questa tattica che punta a rafforzare la collaborazione nel settore dell’industria militare.
Secondo i cremlinologi, la settimana scorsa Putin ha deciso di fare la sua sparata sulle esercitazioni con armi nucleari tattiche proprio mentre Xi era in visita a Parigi anche per mostrare come la professata neutralità cinese sia ormai intenibile. L’amico cinese infatti non ha certo condannato la minaccia russa e ha solo promesso appoggio alla Tregua olimpica sognata da Emmanuel Macron.
Xi, come è tipico della mentalità cinese, ha obiettivi di lungo periodo, gioca al rallentatore per prendere tempo. Mentre la sua industria lavora all’autosufficienza tecnologica, non può dare agli Stati Uniti la giustificazione per ulteriori strette commerciali nel settore hi-tech. I dazi annunciati dalla Casa Bianca sulle auto elettriche cinesi indicano la determinazione americana a giocare duro. E se è evidente che l’interscambio Cina-Russia è salito per effetto dell’isolamento occidentale di Mosca, arrivando a 240 miliardi di dollari (regolati sempre più massicciamente in renminbi a vantaggio cinese), a Pechino sanno fare bene di conto: l’export cinese verso gli Stati Uniti vale 427 miliardi di dollari e quello verso l’Unione europea 550 miliardi. Fino al completamento della nuova «rivoluzione tecnologica» pianificata dal Politburo comunista, i cinesi non possono fare a meno dell’export di merci verso l’Occidente.
I dati degli ultimi mesi indicano che i cinesi si sono fatti più cauti nei traffici con i russi: il loro export è calato del 15% a marzo e del 13,5 ad aprile, rispetto allo stesso periodo del 2023. Segno che i moniti della Casa Bianca hanno avuto qualche effetto.
Putin dunque, oltre alle espressioni di amicizia, non dovrebbe ottenere molto di concreto dall’amico Xi.
Il presidente cinese ha già fatto la sua parte nella missione europea della settimana scorsa, quando ha fatto tappa a Belgrado e Budapest, promettendo investimenti industriali ai due governi che notoriamente simpatizzano con la causa russa.
Da Pechino comunque lo Zar non dovrebbe tornare a mani vuote: si parla sempre della firma finale sul progetto Power of Siberia 2 che dovrebbe portare altro gas russo in Cina.