Il vincitore del Giro d'Italia Tadej Pogacar può essere paragonato a Merckx e Hinault, è completo e si è migliorato ancora con la ginnastica posturale e curando la posizione in bici. E tratta bene i gregari
Onnivoro come Merckx, famelico come Hinault. Ma rispetto agli unici due fuoriclasse moderni cui può essere accostato per smisurato talento e palmarès, Tadej Pogacar siede alla tavola imbandita del grande ciclismo in modo più composto.
Figlio di tempi diversi, considera i gregari amici e colleghi, non soldatini ubbidienti, e si astiene dal brutalizzare gli avversari come usava 50 anni fa: il suo soft power con il sorriso genera comunque rassegnata soggezione. La sfida con Merckx e Hinault è tema delicato e non solo perché i confronti a distanza sono difficili e lo sloveno è appena a metà carriera.
Il paragone con Indurain e Pantani, eroi del ciclismo anni Novanta, non è sostenibile: lo spagnolo pensava solo ai Tour che dominava con cronometro infinite, il Pirata (il cui carisma universale è fuori discussione) volava in salita ma contro il tempo era fermo e non ha mai vinto in linea.
In generale, Pogi oggi combatte contro fenomeni enormemente meglio allenati e più specializzati dei predecessori nelle singole tipologie di gara: sfida Vingegaard in salita, tiene le ruote di Pidcock in discesa, non è lontano da Ganna a crono e ha battuto Van Der Poel sui muri fiamminghi.
Certe sue doti sono naturali: i picchi di potenza, la capacità di smaltire rapidamente l’acido lattico, enormi qualità aerobiche. Altre sono allenate con grande intelligenza. Ieri la maglia rosa ha spiegato di «essere salito di uno step di qualità rispetto al 2023 con un lavoro meticoloso sul corpo e sulla bici di cui non posso svelarvi i segreti».
Tra lui e la perfezione tre fattori: posizione più raccolta in bici per garantire aerodinamicità senza provocare dolore, migliore resistenza alle salite a quote molto alte e un lavoro sul corpo (ginnastica posturale) per riequilibrare le lunghissime ore in bicicletta.
La sua crescita è figlia del trauma della doppia sconfitta al Tour da parte di Jonas Vingegaard, più forte di lui sia in salita che a cronometro. Incapace di rassegnarsi al ruolo di «più completo di tutti i tempi», Pogi ha lavorato per chiudere il gap. E rispetto al danese sta meglio in bici: Vingo è caduto e si è fatto molto male ai Paesi Baschi, Pogi ieri sulla discesa del Grappa ci ha fatto ancora una volta vedere le sue doti di equilibrista sopraffino.