Il falso scontro tra Conte e Meloni sul Mes e l’inutilità del Giurì d’onore

In mezzo al rumore dei social, nel pieno del dibattito su gogne virtuali e presunte verità brandite come clave, sul ring di una politica dove tutto è relativo e l’egemonia si conquista a spallate culturali, scende in campo il Giurì d’onore.

Giuseppe Conte vs Giorgia Meloni. Ha la presidente del Consiglio accusato ingiustamente il leader di un partito di opposizione? Conte ha davvero agito col “favore delle tenebre”, come l’avversaria sostiene, per far ingoiare il Mes agli italiani?

Cinque deputati devono stabilire chi ha ragione. E poi? Nulla. Uno avrà vinto, uno avrà perso. Il vincitore potrà vantarsene su giornali e tv, sventolare una card sui social.

Ma servirà davvero a qualcosa? Probabilmente no. Abbiamo già tutte le risposte.

Il giurì d’onore, cos’è

Dice il regolamento della Camera che il presidente può nominare, su richiesta di un deputato che si senta leso nella sua onorabilità da accuse che gli siano state mosse nel corso di una discussione, una Commissione d'indagine detta Giurì d'onore che valuti la fondatezza delle accuse, purché quelle accuse siano sorrette da fatti e non da opinioni. Il Giurì, dopo un’indagine lunga circa un mese, termina il suo mandato con una relazione e la Camera ne prende atto. Nessuna sanzione. Fine della discussione.

Lo strumento è così debole, che pochissime volte è stato usato. Più spesso è stato minacciato, prima di scuse o furbi compromessi, come quando nel 2005 Silvio Berlusconi accusò Dario Franceschini di aver sostenuto “il falso” citando alcuni suoi virgolettati sulla legge elettorale e la colpa fu data alle agenzie di stampa: avevano riportato male il pensiero del Cavaliere, si disse, tutti contenti.

In questa legislatura, siamo già al bis. Giovanni Donzelli fu convocato un anno fa per le accuse che aveva rivolto ai deputati Pd Debora Serracchiani, Silvio Lai e Andrea Orlando dopo la visita in carcere ad Alfredo Cospito (“Voglio sapere se questa sinistra sta dalla parte dello Stato o dei terroristi con la mafia!”). Il giurì ascoltò Donzelli, lui mitigò le sue accuse, e il verdetto stabilì che non aveva voluto ledere l’onore dei colleghi, ma solo scagliarsi contro l’ipotesi di revoca del 41bis all’anarchico. Tutto risolto? No, i dem si sono rivolti a un tribunale.

Il Mes e il (falso) debunking di Meloni

E siamo al leader cinquestelle contro la presidente del Consiglio.

12 dicembre 2023. “Udite udite!”, il tono di voce di Giorgia Meloni si alza, si scalda, prepara il Parlamento a una grande verità. La riforma del Mes, sostiene la presidente del Consiglio, è stata firmata da Giuseppe Conte “con il favore delle tenebre”.

Sostiene, la leader della destra, che nel 2019 il suo predecessore abbia dato il via libera alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità “senza mandato parlamentare, un giorno dopo essersi dimesso, quando era in carica solo per gli affari correnti”.

13 dicembre 2023. Meloni agita in Aula al Senato il fax inviato dall’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’ambasciatore a Bruxelles Maurizio Massari per autorizzarlo a firmare la riforma del trattato: un via libera politico, cui dovrà seguire la ratifica del Parlamento. Quel fax è stato spedito “un giorno dopo le dimissioni del governo”, scandisce le parole.

Meloni ha ragione? Due accuse su tre sono presto smentite.

13 dicembre 2023, tarda sera. Una foto dell’Ansa svela il testo del fax sventolato in Senato: è datato 20 gennaio 2020, sei giorni prima delle dimissioni di Conte. Massari, “per un fatto che – ricostruì Repubblica - risulta essere meramente formale”, firma il trattato il 27 gennaio, ma l’autorizzazione è arrivata prima.

E il mandato parlamentare? Le Camere autorizzano la firma l’11 dicembre del 2019, con una risoluzione che impegna tra l’altro Conte a “coinvolgere le Camere in ogni passaggio” (cosa di per sé necessaria: la ratifica di un trattato deve comunque passare dal Parlamento).

Meloni ha ragione solo su un punto: la riforma del Mes viene firmata dal governo un giorno dopo la sua caduta. Il resto è falso: l’autorizzazione è stata data prima, su mandato del Parlamento. Questo sappiamo.

Può il giurì guidato dal forzista Giorgio Mulè (con quattro colleghi di altri partiti, tranne FdI e M5S) dire il contrario? A rigor di logica – e di atti parlamentari - non può. Con qualche arzigogolo potrebbe segnare un pareggio, come già con Donzelli.

Il Mes e le verità relative

E dunque. Il Giurì d’onore ristabilirà l’onore tradito di Conte? Forse. Servirà a far cambiare idea a lui o a Meloni? Sicuramente no. Dirà a noi altri, spettatori, qualcosa che non sappiamo? No.

Cambierà le sorti del Mes? Assolutamente no, la riforma è stata bocciata, da Meloni e Conte, insieme. Il dibattito è mai stato sul Mes? Forse no.

Alla fine di tutto il fondo Salva Stati continua a esistere. L’Italia ha bocciato una riforma che avrebbe potuto estendere lo scudo di protezione degli Stati anche alle crisi delle banche. Meloni e Conte (e Salvini) si tengono ciascuno la propria verità.

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