Roma — Sul biglietto del regalo elettorale manca la data che conta. Al momento del grande annuncio per lo sblocco del raddoppio della Roma-Pescara, la destra al governo si è ricordata solo di quella “utile”: il 10 marzo, il giorno del voto in Abruzzo. Ma ha omesso di indicare quando gli abruzzesi potranno prendere il treno per raggiungere la Capitale in due ore e non in oltre tre, come accade oggi sul binario lento che attende da 22 anni di essere “rianimato”. Eccola la grande omissione: la promessa diventerà realtà alla fine del 2027, ben che vada.
Basta leggere il documento preparatorio alla riunione del Cipess di due giorni fa, di cui Repubblica è in possesso, per capire il silenzio di Giorgia Meloni sulla data di fine lavori. E sui ritardi dell’opera. La frenata, al posto dell’accelerazione sbandierata. I soldi promessi ci sono, in tutto 720 milioni, ma saranno spesi pian piano. Quest’anno appena sette, nel 2025 altri 90,7: la maggior parte, 622 milioni, solo nel 2026-2027.
Un ritmo debole che deve prendere atto dello stato dell’arte del progetto. E di autorizzazioni che ancora mancano per sbloccare 11,5 chilometri di rete. Rfi è pronta, non la burocrazia. Ecco perché quest’anno si riuscirà a fare ben poco e cioè solamente a indire le gare d’appalto. Non una ruspa girerà intorno ai due lotti che, una volta ammodernati, permetteranno ai vagoni di viaggiare più velocemente. I lavori partiranno nel 2025, sempre che le procedure per l’assegnazione riescano a rispettare la nuova scadenza. Che è stata posticipata dallo stesso governo: un tratto di penna, lo scorso luglio, per cancellare la Roma-Pescara dal Pnrr. E per prendere atto che l’opera non sarebbe mai stata pronta entro l’estate del 2026, il termine ultimo per completare gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
È qui che prendono forma i ritardi: le gare dovevano partire l’anno scorso, la “nuova” Roma-Pescara essere così attiva al massimo a dicembre del 2026. E invece ci sono voluti sette mesi solo per rimettere le cose in ordine. Sette mesi a negoziare con Bruxelles, per poi ritrovarsi al punto di partenza. A dire che «ci sono tutti i fondi e anche cento milioni in più rispetto al Pnrr». Ma i soldi c’erano anche con il Pnrr. A promettere un’opera che «contribuirà a colmare quel divario infrastrutturale che esiste oggi tra il Tirreno e l’Adriatico». Una promessa senza data. Quella che conta.