«Si sono dette troppe imprecisioni e cose non vere: questa storia rischia di arrecarmi un danno enorme. Ma io chiarirò tutto». Antonio Laudati, il magistrato campano in forza alla Direzione nazionale antimafia indagato a Perugia con l’accusa di aver richiesto in quattro occasioni gli accessi abusivi alle banche dati per confezionare dossier da mandare alle procure, non è un uomo che si scoraggia. Laudati ha 70 anni, è a un passo dalla pensione, avrebbe potuto anche scegliere questa strada nei mesi scorsi, quando l’inchiesta di Perugia si stava ingrossando ma ha deciso ostinatamente di non lasciare. Di tempeste ne ha viste. E, seppur con acciacchi, superate.
Il pubblico ministero è certo di poter superare anche questa cominciando già in settimana quando si presenterà per rispondere (in un primo momento era stato scritto, sbagliando, che si era avvalso della facoltà di non rispondere) alle domande del procuratore Raffaele Cantone. Laudati aveva sempre immaginato di arrivare alla Dna, ma come capo: era sempre stato quello il suo obiettivo sin da quando, era l’estate del 2009, fu mandato a Bari a dirigere la Procura dopo una carriera passata tra Napoli e il ministero, dove era stato Direttore degli affari penali. E invece proprio Bari fu il primo grande inciampo: appena arrivato scoppiò il caso Tarantini-Berlusconi, con l’imprenditore che portava le escort a casa dell’allora presidente del Consiglio. Laudati arrivò con il bollino di magistrato vicino al centrodestra – era in ottimi rapporti con l’allora ministro della Giustizia, Angelino Alfano e soprattutto con uno dei suoi predecessori, Nitto Palma, poi fidato collaboratore della presidente del Senato Elisabetta Casellati – e finì sotto inchiesta a Lecce dove gli contestavano di aver rallentato le indagini sul Cavaliere. Accusa dalla quale poi è stato assolto, in primo grado e in appello. Così come è riuscito a non avere conseguenze disciplinari per tutta una serie di questioni (rapporti con i sostituti, alcune informazioni date al settimanale Panorama su un presunto complotto a carico del Cavaliere) che erano state aperte.
Ora i pm di Perugia gli contestano di aver fatto quattro istruttorie abusive, violando le regole del suo ufficio e affidandosi alle accuse di alcuni soggetti ritenuti a lui vicini. È il caso di Giuseppe Cannella, un suo amico, per il quale avrebbe confezionato un dossier contro il rivale di Cannella, tale Luigi Lauro. O della presunta speculazione edilizia su cui ha chiesto di indagare perché era davanti a casa sua. O, ancora, nell’episodio del dossier pre-investigativo inviato alla procura di Roma sul presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, messo insieme dopo che un collaboratore del presidente della Lazio Claudio Lotito, acerrimo nemico di Gravina, aveva portato delle carte a Striano.
La Dna è stata per Laudati una sorta di rifugio d’oro, perché appunto immaginava un’altra carriera per sé: era un magistrato da prima pagina ma oggi in molti avevano quasi dimenticato il suo nome. E invece: da qualche settimana è in libreria un suo volume per ragazzi, un giallo che ha scritto con Gabriella Genisi, la scrittrice pugliese che si è “inventata” Lolita Lobosc”. la commissaria più famosa d’Italia. E, soprattutto, prima dello scandalo di Perugia, il suo nome era tornato a circolare per incarichi importanti dopo la pensione.