L’ombra di Navalny sul voto di Putin

MOSCA – È una coda ordinata. Che ha la solennità di una processione e la forza di un corteo. La “bella Russia del futuro” venuta a salutare il suo eroe. A una settimana dal funerale diventato protesta, la marcia non si ferma. Anche a costo di essere arrestati, migliaia di russi continuano a rendere omaggio all’oppositore che, pur da dietro le sbarre, li incitava a “non arrendersi” e a “non aver paura”. Restano in fila anche quando il cimitero Borisovskoe chiude. Lanciano rose oltre le cancellate serrate verso il tumulo di fiori che è oramai la tomba di Aleksej Navalny. Un’intifada non violenta. A volto scoperto. Petali, non pietre. La coda, ochered in russo, è già il simbolo del 2024, sostiene il politologo Andrej Shalimov. La nuova protesta. L’unica forma legale di dissenso rimasta dopo due anni di Operazione militare speciale in Ucraina e di dura repressione in patria. “Persone che aspettano il loro turno”, osserva Shalimov. “Seguono rigorosamente norme, leggi e regolamenti. Non urlano, non gridano, non intralciano il traffico, non organizzano raduni o provocazioni, non si lasciano coinvolgere, non dicono troppo. Idealmente, tacciono: se parlano, è d’altro, non di politica. Ma allo stesso tempo svolgono un’importante azione civica e umana”.

Fiori e slogan ai funerali di Navalny, la folla urla: "Russia libera!" e Putin assassino!"

Persone in fila per sostenere con la loro firma la candidatura a presidente del pacifista Boris Nadezhdin. Persone in fila davanti a un tribunale per contestare la condanna del dissidente Oleg Orlov a due anni e mezzo di carcere per un’idea. Persone in fila da settimane per deporre fiori davanti ai monumenti alla repressione politica ed esprimere così il loro dolore dopo la morte di Navalny, un “estremista e terrorista” per la legge russa. Persone in fila da dieci giorni per visitare la sua tomba. E persone in fila ai seggi alle 12 del 17 marzo per il “Mezzogiorno contro Putin” nell’ultimo giorno di presidenziali, almeno così spera la dispersa opposizione.

“Sì, può sembrare che non ci siano ancora abbastanza persone in coda, ma questa è la minoranza intollerante che alla fine diventerà maggioranza”, confida Shalimov. Una massa critica che pesa sulle elezioni della prossima settimana che, in assenza di rivali, riconfermeranno Vladimir Putin per un quinto mandato. Il popolo di Navalny contro il regime dell’ex agente del Kgb. Come nel 2018 quando l’oppositore fu escluso dalle presidenziali, ma fu l’unico a fare una vera e propria campagna elettorale e a mobilitare la gente in piazza. Un’ombra sul voto.

Aleksej Navalny durante l'intervista nel suo studio a inizio marzo 2018
Aleksej Navalny durante l'intervista nel suo studio a inizio marzo 2018 

Nello studio di Navalny sei anni fa

Camicia tartan rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare o sorseggiare un caffè, l’oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di sei anni fa. “Sono una persona semplice, non sono un dissidente”, ci diceva nel suo studio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre in uno studio televisivo si lavorava all’ultima video-inchiesta sull’élite putiniana. Sulla sua scrivania fogli sparsi, una Moleskine, un pc e libri affastellati alla rinfusa, tra cui spiccava un tomo su Tony Blair. “Ma l’ultimo libro che mi ha colpito è stato “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro. Irritante a tratti, ma bellissimo”. Alle sue spalle, su una parete nero lavagna, un foro. “C’era un quadro. Solo che di recente è caduto. Mi chiedete spesso quale forza abbia alle mie spalle. Ed, ecco, vi faccio vedere. È la famosa foto del V Congresso di Solvay, il più importante ritrovo dei fisici quantistici e dei migliori cervelli della storia dell’umanità. Sono loro a ispirarmi”.

Mancavano dieci giorni alle presidenziali 2018. Per oltre un anno, Navalny aveva viaggiato per tutta la Federazione, aperto uffici in 84 città, portato avanti una campagna porta a porta e raccolto oltre un milione di euro in donazioni. Una missione donchisciottesca, dal momento che la legislazione russa vieta a un cittadino con precedenti penali di candidarsi e lui, già allora, aveva alle spalle due condanne al carcere con la condizionale per reati finanziari. Tutti inventati e costruiti ad arte, sosteneva, ma quanto bastava per estrometterlo dalla scheda elettorale.

Escluso dalla corsa, Navalny aveva invitato gli elettori allo “sciopero del voto”, un boicottaggio, e a registrarsi come osservatori. Ma soprattutto aveva indetto un’ondata di proteste che per la prima volta non si era limitata a Mosca, ma aveva attraversato la Russia lungo tutti i suoi 11 fusi orari. “Ma non sono un dissidente”, insisteva con noi. “I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. Lo so, può suonare patetico, ma so di stare dalla parte del bene. E con me, dalla parte del bene, c’è tantissima gente”. Oggi Aleksej Navalny è entrato a pieno titolo nel mito dell’eroe del bene. Avvelenato, partito dalla Russia in coma, chiuso in un box di rianimazione, e miracolosamente guarito in Germania, nel gennaio del 2021 era tornato in patria pur consapevole di andare incontro al carcere. È morto a 47 anni il 16 febbraio in circostanze tutte da chiarire in una remota colonia penale dell’Arcipelago Gulag artico dove stava scontando condanne per un totale di 19 anni. “Ucciso da Vladimir Putin”, ha accusato la vedova Yulia Navalnaya rivendicandone il testimone.

L'appello di Yulia Navalnaya ai russi: "Il 17 marzo tutti alle urne alle 12 contro Putin"

Il primo marzo, giorno del funerale, migliaia di russi si sono messi in marcia per salutare l’uomo che per loro incarnava un’alternativa a Putin. Una folla mai vista negli ultimi due anni di conflitto in Ucraina che scandiva slogan proibiti: “Putin assassino”, “Ucraini brava gente” o “No alla guerra”. Una “terribile minaccia per la dittatura personalistica”, secondo Andrej Kolesnikov, politologo del Carnegie Russia Eurasia Center, che ha paragonato i russi in lutto per Navalny agli otto cittadini che manifestarono in Piazza Rossa contro l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. “Hanno salvato l’onore del Paese. Sono pericolosi per il regime perché mettono in discussione il principale mito attuale del Cremlino: il consolidamento assoluto della nazione attorno a Putin e ai suoi sforzi”, ha scritto Kolesnikov su Novoe Vremja mettendo a confronto le “due Russie”. La cosiddetta “élite” del Paese che il 29 febbraio, ora addormentandosi, ora rallegrandosi con applausi di routine, ha ascoltato il discorso sullo stato della nazione di Vladimir Putin alle Camere riunite dell’Assemblea Federale. E i “patrioti” che, il giorno dopo, hanno vinto la paura per accomiatarsi con dignità da una persona che incarnava la speranza di cambiamento.

Oggi, come nel 2018, lo scontro si ripropone. Putin contro Navalny, morto, ma vivo grazie al martirio. Ancora una volta convitato di pietra delle presidenziali. Era stato lui, con un appello dal carcere a inizio febbraio, a promuovere l’idea del “Mezzogiorno contro Putin” proposta da un ex deputato pietroburghese. La vedova Yulia Navalnaya l’ha rilanciata. E tutta l’opposizione dispersa si è unita.

La mostra-evento “Rossija”

È un viaggio nel Paese delle meraviglie e quel Paese è la Russia. Incentivi per le famiglie numerose. Trasporti rapidi. Internet ancora più veloce. Nuove infrastrutture. Tecnologie all’avanguardia. Una moltitudine di etnie e culture. E quattro nuove regioni che allargano i confini. La scenografia della mostra Rossija, “Russia”, è quella maestosa di Vdnkh, il parco espositivo voluto da Iosif Stalin nel Nord di Mosca con una statua di Vladimir Lenin impettito e falci e martello in bassorilievo. Un’ambientazione che gioca con la nostalgia della Russia odierna per l’era sovietica, ma soprattutto con l’ambizione di Putin di riportare il Paese ai fasti di una grande superpotenza. Si attraversa un tunnel caleidoscopico: un racconto per immagini dei successi della Federazione che si scompongono e si moltiplicano in un gioco di specchi. Poi ci si avventura tra i vari padiglioni dispersi nei nove ettari di Vdnkh, come il nuovissimo “Atom” con la “Bomba Zar”, il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, o l’auditorium con i missili intercontinentali. Le esperienze immersive sono le più disparate: da una crociera virtuale sul fiume Jenisej a un tour digitale delle cantine e dei caseifici della soleggiata regione di Krasnodar fino a una discesa in snowboard dalle vette del Caucaso. Infine, il padiglione dedicato agli 89 territori russi, compresa la Crimea rivendicata nel 2014 e le altre quattro regioni ucraine unilateralmente annesse due anni fa. Con concerti di balalajka e balli in costumi tradizionali, trovate come il “passaporto del turista” da riempire di timbri dopo aver superato dei quiz. Ovunque la scritta Rossija, incorniciata in un cuore. È stato proprio il leader del Cremlino a volere per decreto la mostra-evento che di fatto ha lanciato la sua pseudo-campagna elettorale in vista delle presidenziali che per la prima volta dureranno tre giorni, dal 15 al 17 marzo, e prevederanno il voto elettronico in 29 regioni, Mosca inclusa.

Un’elezione dall’esito scontato tanto che il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva proposto di annullarla del tutto. Una foglia di fico per mascherare la “democratura”, con gli esponenti dell’opposizione e della società civile sistematicamente imprigionati, esiliati o eliminati. Putin, però, ne ha bisogno per legittimare il suo potere eterno.

La posta in gioco il 17 marzo

Dopo aver trascorso al potere quasi un quarto di secolo e aver “azzerato” i suoi precedenti mandati grazie alla riforma costituzionale del 2020, Putin potrebbe teoricamente restare al potere fino al 2036, quando avrà 83 anni.

Ma il voto della prossima settimana – dice bene Abbas Galljamov, il politologo in esilio che un tempo scriveva i discorsi del presidente – è anche “un referendum” sull’Operazione militare speciale. Per questo l’amministrazione presidenziale ha lavorato alla campagna più impegnativa e costosa di sempre. Ha speso, scrivono i media indipendenti, quasi 1,1 miliardi di euro per creare film, videogiochi e canali Telegram, condurre sondaggi segreti, promuovere eventi come la mostra Rossija o il Festival della Gioventù di Sochi, organizzare concerti e concorsi a premi. Un investimento che si somma ai consueti stratagemmi per costringere migliaia di dipendenti pubblici ad andare alle urne. Il partito al potere Russia Unita ha persino sviluppato un’app che dovrebbe permettere di monitorare la loro affluenza. Tutto pur di rastrellare centinaia di migliaia di voti in più. E laddove non bastasse, avverte l’ong di osservatori Golos, la manipolazione del voto elettronico farà la sua parte. Si punta, scrive la redazione in esilio di Meduza, a percentuali record di voti e affluenza tra il 70% e l’80%. Un plebiscito che non ammette veri avversari. Perciò la Commissione elettorale ha escluso le uniche due candidature pacifiste: ha rigettato i documenti presentati dalla giornalista Ekaterina Duntsova e ha invalidato le firme raccolte a sostegno del cauto liberale Boris Nadezhdin.

Sono soltanto tre i rivali ammessi, esponenti dei partiti della cosiddetta “opposizione sistemica”, appendice del Cremlino: il comunista Nikolaj Kharitonov; il nazionalista Leonid Slutskij, Partito liberaldemocratico; il quarantenne Vladislav Davankov, Gente Nuova. Mere comparse. La coda alla tomba di Navalny è una sfida non calcolata.

Ljaskin, l’ex collaboratore di Navalny rimasto in Russia

“Da vivo, Navalny aveva insegnato alla società a uscire in piazza, a portare il suo dissenso fuori dalla “cucina”. Da morto, è riuscito a mobilitarla di nuovo. Nonostante tutte le paure, il rischio di essere identificati, arrestati, perdere soldi o la libertà”. Nikolaj Ljaskin, 41 anni, parla con foga. Da entusiasta. Ispirato dal fervore che anima i locali di Otkritoe Prostranstvo (Open Space): un mercatino, un corso di collage, letture di poesie, tatuaggi e, infine, un’asta i cui proventi andranno alle 50 detenute politiche russe. Un’iniziativa promossa per l’8 marzo da un “gruppo di ragazze che si sono conosciute a diversi processi”. Liquidata l’organizzazione per i diritti umani premio Nobel Memorial, chiusi il Gruppo Helsinki e il Centro Sakharov, i tribunali sono diventati l’ultimo luogo di ritrovo per la dissidenza. Un posto per contarsi e incontrarsi. Ljaskin contribuisce all’asta con “I dialoghi” tra Aleksej Navalny e Adam Michnik, uno dei leader del movimento polacco Solidarnost. “Un libro introvabile”, si vanta. Viene battuto per 22.500 rubli, 225 euro. “Non me l’aspettavo”.

Nikolaj è l’unico stretto collaboratore di Navalny a non avere lasciato la Russia. Aveva conosciuto Aleksej per la prima volta nel 2005 tra le file del movimento giovanile Democratica Alternativa (Da!) di Maria Gajdar, ma aveva cominciato a collaborare alle sue diverse iniziative anti-corruzione soltanto nel 2010 fino a diventare il capo del quartier generale moscovita della campagna elettorale “Navalny 2018” e a essere eletto nel marzo 2019 nel direttivo del partito – mai registrato dalle autorità – “Russia del futuro”. Un sodalizio che Ljaskin ha pagato, oltre che con fermi e detenzioni, con un’aggressione con una sbarra di ferro che nel 2017 gli provocò una commozione celebrale. Quando Navalny venne arrestato nel gennaio 2021 al suo rientro in Russia dalla Germania, Ljaskin era sceso in piazza insieme a tutta Fbk, la Fondazione anti-corruzione. Ed era finito sotto processo col fratello di Aleksej, Oleg Navalny, con la portavoce Kira Jarmish, l’avvocata Ljubov Sobol e il braccio destro Leonid Volkov. Uno degli imputati eccellenti del cosiddetto “caso sanitario”, la raffica di procedimenti penali lanciati contro i manifestanti pro-Navalny con il pretesto della violazione delle norme anti-Covid. Era stato condannato a un anno di “libertà vigilata”. “L’affare sanitario è stato una svolta. Per la prima volta, per essere scesi in piazza, le autorità non ci condannavano a qualche settimana di carcere amministrativo, ma a un anno intero di domiciliari. Un chiaro segnale”. Quando nel giugno 2021 Fbk è stata dichiarata “estremista” e perciò fuorilegge, i suoi ex compagni di lotta hanno lasciato il Paese. Ljaskin no. Ha finito di scontare i suoi domiciliari nell’agosto di due anni fa, nel pieno dell’offensiva di Mosca contro Kiev, e ha tagliato i ponti con Fbk, ma continuato il suo attivismo. “Il mio obiettivo è creare rapporti orizzontali. Sostenere iniziative come quest’asta per l’8 marzo. Anche se ultimamente mi dedico di più ad animali ed ecologia. Sono giunto alla conclusione che la paura ti fa impazzire. E io ho deciso di smettere d’impazzire. Naturalmente conosco i rischi. Non sono stupido. Vedo la gente finire in galera o ammazzata. Ma voglio continuare la mia lotta perché in Russia siamo in tanti a voler contrastare “quello che sta succedendo””. Si autocensura. È lui stesso a dirlo. “Bisogna filtrare i pensieri perché oramai le autorità ti sbattono dentro anche per una parola”.

L’abisso tra il 2018 e il 2024

La Russia al voto nel 2018 e nel 2024, dice Ljashin, sono due Paesi diversi. Già sei anni fa, il Paese aveva imboccato una deriva autoritaria. Ma allora, almeno, dice, “Navalny era vivo, faceva campagna elettorale, gli altri oppositori non erano stati tutti arrestati o costretti all’esilio, c’erano giornalisti indipendenti e tanti corrispondenti stranieri e migliaia di russi non morivano per motivi incomprensibili in Ucraina”. Eppure Ljaskin non rinuncia all’ottimismo: “Il Paese è cambiato, sì, ma la gente è la stessa. Ricorda quegli anni in cui si sperava in un futuro migliore. E vuole continuare a coltivare quella speranza. Il prezzo è elevato, ma il dovere di un vero patriota è stare qui, adesso. Dipende anche da me se la Russia proseguirà in questa deriva o diverrà un Paese democratico”. Anche Ljaskin si è messo in fila quest’anno. A fine gennaio ha messo la sua firma per sostenere Nadezhdin. Il 27 febbraio era in aula per sostenere Orlov. E l’1 marzo ha deposto un mazzo di rose bianche sulla tomba dell’amico Aleksej.

San Pietroburgo, migliaia in piazza contro il governo di Putin

“La fila – dice – non è soltanto protesta. È unione, compattezza. L’obiettivo principale del governo è atomizzare la società russa. La fila sfonda l’isolamento. Crea legami. Unisce la gente che la pensa allo stesso modo. Ti fa capire che non siamo soli a desiderare la bella Russia del futuro. Mobilita la società. Vale anche per le file che si spera si creeranno ai seggi il 17 marzo a mezzogiorno. Persone che vivono nello stesso quartiere, che normalmente vivono il loro dissenso in casa, potranno guardarsi in faccia e comunicare. Il Mezzogiorno contro Putin non sarà soltanto una protesta, ma l’opportunità di conoscere i vicini che la pensano allo stesso modo”. Ljaskin sostiene con forza che non è vero che “il Paese sostenga il regime”. Per lui “la maggioranza dei russi vuole soltanto mandare avanti la baracca. Ma, in realtà, sono in tanti a non essere d’accordo con “quello che sta succedendo”. E la morte di Navalny li ha portati allo scoperto”.

La minoranza che si illude

Aleksej Levinson, capo del dipartimento di ricerca socioculturale del Levada Tsentr, l’istituto di sondaggi indipendente tanto da essersi guadagnato l’etichetta di agente straniero, è oramai abituato a questo genere di contestazioni. Le commenta con una certa accondiscendenza. “Ancora oggi non si può fare a meno di comprendere la difficile esperienza di quanti hanno scoperto che quasi “tutto il Paese” è in diretta opposizione alle posizioni che la loro coscienza e ragione dicono loro. Alcuni di loro ne hanno preso atto e si sono separati dal loro Paese. Qualcuno ha espresso la speranza che col tempo i russi cambino il loro atteggiamento nei confronti dell’attuale politica del loro Paese. Ma altri – come Ljaskin – hanno deciso che i dati riportati dal Centro Levada sul sostegno alle azioni delle forze armate russe e sull’approvazione delle attività del presidente non sono corretti. È chiaro che un simile punto di vista allevia in una certa misura l’amarezza della consapevolezza che così tanti russi non la pensano come te e che ci sono pochissime persone che la pensano allo stesso modo. Comprendiamo la loro amarezza, ma non vediamo motivo di dubitare dei risultati delle nostre ricerche. E le nostre ricerche parlano chiaro”, spiega. Tre quarti dei cittadini russi in un modo o nell’altro hanno espresso e continuano a esprimere sostegno alle azioni dell’esercito russo in Ucraina.

Se è vero che poco più della metà degli intervistati è favorevole ai negoziati di pace, il loro numero negli ultimi tre mesi è leggermente diminuito, e lo è purché la Russia non rinunci ai territori ucraini annessi. La loro disponibilità a sedere al tavolo è dunque aleatoria. Il sentimento principale per l’Operazione militare speciale è “orgoglio per la Russia”. L’umore di due terzi della popolazione è costantemente “piatto, calmo”, per un altro 15% è semplicemente “meraviglioso”, solo un quinto si lamenta. Levinson smentisce uno scontento per lo scenario economico. La partenza di alcuni al fronte e di altri all’estero ha creato una certa carenza di personale, ammette, ma che si traduce in un aumento dei salari per la maggioranza rimasta. “Durante tutto il periodo post-sovietico, abbiamo registrato lo sconforto dei cittadini per il fatto che le imprese industriali legate al complesso militare fossero chiuse. Ora queste industrie sono in ripresa, i lavoratori sono richiesti, i loro stipendi stanno crescendo. E i pagamenti ai combattenti e il denaro per i feriti e i morti sono arrivati in quantità tali che si può parlare di un notevole miglioramento della situazione delle fasce più povere della popolazione”, scrive sulla rivista Gorby. La società si è consolidata attorno a Putin già a febbraio e marzo del 2022. Da allora la situazione non è cambiata. La curva è rimasta orizzontale. Il tasso di approvazione del presidente è rimasto intorno all’80%. Il suo merito, dice Levinson, sta nell’aver presentato l’Operazione militare speciale in Ucraina come una parte del conflitto contro l’Occidente e la Nato a guida Usa. “Questa spiegazione ha diversi meriti importanti. In primo luogo, inserisce la situazione attuale in una narrazione già ben sviluppata sullo scontro quasi eterno tra Russia e Occidente, che non è iniziato oggi. In secondo luogo, permette di non pensare al fatto che c’è un conflitto armato con un “popolo fratello”, perché siamo in guerra con il male mondiale. Infine, elimina la questione delle ragioni delle azioni militari. Il confronto con l'Occidente è iniziato in tempi immemorabili e ha assunto forme diverse, oggi la sua forma è questa qui. Ancora più importante, ha fissato un obiettivo per il futuro. E l’obiettivo non è piccolo: cambiare l’ordine mondiale, ricreare il mondo “nostro” e “vostro” delineato da Stalin, Roosevelt e Churchill. O almeno riconquistare in parte ciò che Gorbaciov ha “perso””.

Il falco Markov senza censure

Si capisce bene perché Sergej Markov esulti. Direttore dell’Istituto di Ricerche politiche di Mosca, già deputato e uomo di fiducia di Vladimir Putin dal 2011 al 2018, falco irremovibile, vicinissimo ai circoli del potere, la pensa proprio come Levinson. Opposti che si incontrano. “La società si sta consolidando attorno al potere, o, usando un termine americano, attorno alla bandiera”, ci dice. “Perché l’attuale guerra in Ucraina viene vista dalla maggioranza come una guerra contro gli Usa e i loro alleati Nato”. Markov non ha remore ad ammettere che, in vista delle presidenziali, il Cremlino ha sgombrato il campo da ogni minaccia. “Gli altri candidati non lavorano per sé, ma per la legittimità di Putin. È evidente che esistano certi accordi segreti. L’unico che avrebbe potuto togliere voti a Putin era il leader del Partico Comunista Gennadij Zjuganov, o un nuovo comunista, giovane ed energico. Ma al posto di Zjuganov è stato candidato un comunista ancora più anziano, Kharitonov. E Slutskij ha detto chiaramente che non intende rivaleggiare con Putin. Quanto all’opposizione filo-occidentale è stata praticamente annientata. Si è ritirata all’estero o sta in galera”. Se il potere di Putin è così forte, gli chiediamo, allora perché escludere Duntsova e Nadezhdin dalla corsa? Il Cremlino non dà l’idea di temere il potenziale di queste voci contrarie all’offensiva in Ucraina? Markov ancora una volta ci disarma con la sua onestà. “Viviamo sotto una sorta di legge marziale. Duntsova è un progetto di Mikhail Khodorkovskij. Ammetterla alle elezioni sarebbe stato come invitare a un party un criminale. Un mafioso, per usare una metafora familiare a voi italiani. Lo stesso vale per Nadezhdin. Aveva iniziato la sua campagna in accordo con l’amministrazione presidenziale, ma non stava raccogliendo abbastanza firme e ha avuto bisogno dell’endorsement di un uomo associato a Khodorkovskij, Maksim Katz. Quindi non si poteva più ammetterlo”. Anche per Markov, come per Galljamov, le presidenziali sono un referendum. Ma in un altro senso: “Qui nessuno fa niente. Putin non svolge nessuna campagna elettorale, ma i suoi elettori sono completamente d’accordo con questo. Anche gli altri candidati non svolgono nessuna campagna elettorale e gli elettori sono d’accordo con questo. Sanno che in tempi di guerra il leader deve pensare a vincere”. Il Mezzogiorno contro Putin e la coda alla tomba di Navalny non lo spaventano. “Fino al 2014 Navalny aveva un elettorato notevole. Sopra il 10%. Ma da allora è diminuito. Oggi sarà al massimo intorno al 3%. E dal momento che i suoi sostenitori sono oramai pochissimi, per farsi vedere, si devono riunire nello stesso giorno e nello stesso posto e lo faranno. Ma non cambierà nulla”.

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E Nadezhdin guarda al futuro

In un altro corto circuito tra opposti, anche Boris Nadezhdin ridimensiona il seguito di Navalny. “I suoi sostenitori si aggirano tra uno e due milioni, vale a dire circa 10-20 persone a seggio, magari il doppio a Mosca. Perciò non prevedo file il 17 marzo a mezzogiorno”, ci dice il candidato pacifista che ha galvanizzato i russi che non sostengono Putin né la sua offensiva in Ucraina. Il sessantenne Nadezhdin smentisce però la ricostruzione di Markov. “Mi sospettano tutti di qualcosa. L’opposizione radicale pensa che sia un fantoccio del Cremlino, mentre i propagandisti di Stato come Markov o Vladimir Soloviov sostengono che sia sponsorizzato da Khodorkovskij o che sia un agente dei servizi ucraini. Nessuno riesce a immaginare che in Russia possa davvero esserci una persona libera che vuole semplicemente partecipare alle elezioni. Non sono un messia, né un eroe. Sono soltanto una persona normale che si occupa di politica da trent’anni”. Nadezhdin è grato ai collaboratori di Navalny e a tutti gli oppositori che dall’esilio hanno invitato a sostenere la sua candidatura con una firma, ma non è pronto a collaborare con loro. “I miei sostenitori sono molti di più: 10-15 milioni. Adesso il mio prossimo obiettivo sono le parlamentari del 2026. Punto a portare il mio partito, Iniziativa Civica, dentro la Duma. La Commissione elettorale ha potuto respingere un Nadezhdin, ma non potrà respingerne cento. I miei progetti non sono legati al 17 marzo, ma al futuro”. Alla “minoranza intollerante”, però, per il momento, non resta che mettersi in coda.

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