Molestie a medicina legale: “Violenze alle studentesse anche durante le autopsie”. I verbali del caso di Torino

Le mani sul sedere durante le autopsie. Le braccia intorno al seno. Gli strusciamenti, i baci sulle guance vicino alla bocca. I “massaggi” sulle parti nude della schiena rimaste scoperte dal camice. E ancora, gli atti sessuali mimati, descritti. Insieme alle domande inopportune: «Quante volte lo fai con il tuo fidanzato?». Infine, i messaggi inviati su Whatsapp con le foto che ritraevano il professore in costume da bagno: «Vieni a prendere il sole con me, sul mio terrazzo?». Sono undici le studentesse di medicina individuate dalla procura di Torino — e sentite più volte come parti offese — nel procedimento penale in cui è coinvolto Giancarlo Di Vella, ex direttore della scuola di specialità di medicina legale di Torino (chiusa da settembre), indagato per vari reati tra cui violenza sessuale, molestie e stalking. Da ieri i giudici del tribunale del Riesame (presidente Stefano Vitelli) a cui si è rivolta la difesa del docente, arrestato ai domiciliari tre settimane fa, dovranno valutare se liberare il professore, come chiesto dal suo avvocato Marino Careglio. O se, come ribadito dalla pm Giulia Rizzo, che ha coordinato l’inchiesta svolta dai Nas e dai carabinieri della polizia giudiziaria, confermare per lui la custodia cautelare inflitta dal gip.

Tra le contestazioni, ci sono quelle relative ai reati della sfera sessuale. Sono undici le allieve verso cui l’ex direttore avrebbe commesso molestie o atti persecutori e di queste cinque, secondo la procura, le studentesse che avrebbero subito violenza sessuale. Il fatto che nessuna delle studentesse abbia querelato il professore, secondo gli inquirenti è una conseguenza — grave — della condotta dell’indagato. Di Vella, secondo l’accusa, avrebbe creato il tipico clima di commette atti persecutori, inducendo nelle parti lese ansia e paura. Nessuna lo avrebbe denunciato perché avrebbero avuto tutte paura di eventuali ripercussioni dell’uomo che — all’epoca dei fatti contestati, dal 2018 al 2022 — rivestiva posizioni apicali.

Di Vella non era soltanto direttore della scuola di specialità di medicina legale, ma anche docente e direttore della struttura complessa di medicina legale di Città della salute (ad oggi è sospeso da tutte le cariche). Ecco perché i reati a lui contestati dalla pm Rizzo sono aggravati dal fatto che sarebbero stati commessi dal «pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni all’interno di un istituto di istruzione e di formazione».

Ieri, davanti al tribunale del Riesame, la difesa di Divella ha ribadito la sua innocenza. «Si tratta di equivoci, sono una persona espansiva, ma non ho mai commesso questi reati, sono stato frainteso», il senso di quanto il professore ha più volte ribadito. Ma la procura non gli ha mai creduto.

L’inchiesta è durata tre anni e la mole di elementi di prova raccolti dalla pm Rizzo sono stati considerati sufficienti per chiedere il carcere o i domiciliari: intercettazioni, osservazioni e decine di audizioni delle studentesse e degli specializzandi che avrebbero testimoniato a favore dell’attendibilità delle ragazze e della veridicità di quanto da loro detto. In particolare, cinque allieve sarebbero state costrette, «mediante abuso di autorità», a subire atti sessuali. Vogliono restare anonime e dimenticare quello che hanno vissuto. Il loro silenzio è indicativo sull’atmosfera che si respirava all’interno della scuola di specialità. Ma i ricordi e i racconti delle specializzande, trascritti nei verbali, sono stati considerati attendibili dal gip.

La prima dottoressa sentita ha ricordato: «Sono stata spinta contro un armadio, afferrata da dietro, baciata quasi sulla bocca». Non solo. I baci forzati, dati all’improvviso anche nei corridoi, sarebbero stata un’abitudine. Una volta la specializzanda, durante un’autopsia, sarebbe stata stretta da dietro, all’altezza del seno. La scusa per toccarla, quella di legarle il camice. Siamo negli anni che vanno dal 2020 al 2022. Un fatto analogo sarebbe accaduto a una seconda dottoressa. «Vieni, avvicinati al tavolo», le avrebbe detto l’ex direttore, mettendole una mano sui glutei. Sempre la stessa ragazza sarebbe stata di nuovo toccata nelle parti intime un’altra volta, quando stava sistemando dei faldoni in piedi sulla sedia. «Volevo solo sorreggerti», la scusa dell’indagato. La stessa azione, più o meno, sarebbe stata subita da una terza studentessa, a cui il professore avrebbe anche — in un altro episodio — messo una mano sulla coscia. Mentre altre due specializzande avrebbero dovuto sopportare carezze sulle braccia, sui capelli, sul viso, baci, mentre Di Vella parlava di sesso. Le chiacchierate informali su frequenza e tipo di sesso praticato dalle allieve sarebbe stata un’ossessione per il professore, secondo la procura. «Come lo fai col tuo ragazzo?». Le domande insistenti sulle posizioni del sesso, che sarebbero talvolta state mimate, non sarebbero state rare.

Sono molti gli episodi contestati dai magistrati. Dai «massaggi» ai «grattini non graditi» né tanto meno richiesti, a gesti imbarazzanti da parte dell’indagato, come appoggiare la testa sulle spalle (e in un caso sulla pancia) delle alunne. Molte hanno descritto l’abitudine del docente di «mettere le mani sui fianchi. E quando il camice, durante le autopsie, lasciava scoperta una parte della schiena, l’ex direttore ne avrebbe approfittato sfiorando con le dita la pelle nuda delle specializzande.

Poi, c’è il capitolo degli sguardi. Sguardi insistenti, rivolti al seno, ripetuti. Sguardi lunghi, che hanno messo «a disagio e mortificato» le studentesse, così hanno raccontato. Anche riguardo a queste ultime contestazioni, Di Vella respinge ogni addebito. Che siano stati fraintedimenti o meno, come sostiene, sarà più difficile per il docente giustificare le tracce scritte o le foto rimaste sui cellulari delle dottoresse. Commenti e battute a sfondo sessuale. Apprezzamenti, riferimenti ai perizomi indossati, inviti ad indossare biancheria «provocante». «Meglio che non ti chini». «Se passa la polizia facciamo finta di essere fidanzati e ci baciamo», alcune delle frasi rimaste agli atti.