Presidente Marsilio, bel colpo. Una visita di mezz’ora a Palazzo Chigi e spuntano i soldi per la ferrovia Roma-Pescara in piena campagna elettorale per l’Abruzzo.
«Per un anno i miei avversari mi hanno accusato a torto di essermi fatto sottrarre i fondi del Pnrr. Ora protestano perché un governo amico ha ridato all’Abruzzo i soldi che il governo Conte gli aveva fatto perdere».
Lei e Meloni siete amici da più di trent’anni. Un caso di amichettismo?
«Ma quale amichettismo! Se invece si vuol ricordare che sono amico di Meloni, questo lo rivendico a voce alta, e penso che gli abruzzesi siano contenti di avere un presidente che entra a Palazzo Chigi e ne esce con un miliardo e cento milioni non in tasca sua, ma per la Regione».
D’Amico, il suo rivale per la presidenza della Regione, dice che è mortificante che l’Abruzzo dipenda da vincoli politici e personali.
«Meloni ricuce e sana trent’anni di pochezza della classe dirigente abruzzese».
In Abruzzo ha governato più volte anche la destra.
«Non facevo distinzioni di schieramento. L’Abruzzo ha ancora nostalgia di Remo Gaspari. Qualcosa a sinistra aveva fatto Franco Marini. L’ultimo potente che ha un po’ colmato la debolezza della politica locale è stato Gianni Letta».
Lo sente spesso?
«Certo».
D’Amico è uno stimato professore di Economia ed ex rettore all’università di Teramo.
«Se l’alternativa a Marsilio è un D’Amico che non si vergogna di dire che Meloni deve chiedere scusa a De Luca, anziché dargli del cafone, per gli abruzzesi si mette male. Vorrà dire che, se vincerà lui, avranno un presidente che sventola bandierine in piazza per far contenti Schlein e Conte. Ma non vincerà lui».
Non ha paura dopo il risultato della Sardegna?
«L’unica sarda che mi fa paura è mia moglie».
Pensa che sul risultato sardo possano aver influito le scene di Pisa?
«È possibile che una parte di elettori di sinistra siano stati motivati ad andare a votare».
Quelle manganellate gratuite non dovrebbero indignare anche gli elettori di destra?
«Io ho visto dei video e non so cosa sia successo esattamente in piazza».
Anche Mattarella ha sentito l’urgenza di intervenire. Perché Meloni ha voluto smarcarsi?
«Se Mattarella è intervenuto, sicuramente avrà avuto le sue informazioni. Ma non è che se un questore o un funzionario sbagliano a gestire la piazza, questo autorizza a dire che Meloni usa il randello sul Paese».
In Abruzzo c’è chi le contesta di essere romano.
«Questo è il migliore argomento contro di me? Questa storia ha assunto anche dei tratti razzistelli. Sono nato a mezz’ora da Carsoli, la mia famiglia è abruzzese dal 1700, però non sono degno di governare l’Abruzzo. Detto poi dai campioni della tolleranza e del mondo senza confini».
Ma è vero che non si ferma mai in Abruzzo e torna quasi tutte le sere a Roma?
«Anche Giovanni Lolli (ex presidente ad interim della Regione, ndr) tornava a Roma».
Perché non vive in Abruzzo?
«Ho speso tutti i miei risparmi e acceso un mutuo che pagherò fino a 75 anni per comprare la casa dei miei sogni a Chieti. Se quando sono all’Aquila e ho finito di lavorare, a notte fonda, sento l’esigenza di andare a dare un bacio a mia figlia e mia moglie, non penso che possa essermi contestato».
D’Amico è abruzzese.
«Questi abruzzesi doc secondo i quali devi vivere, mangiare e fare l’amore in Abruzzo altrimenti non sei abruzzese, appena diventano deputati si prendono casa a Roma. Come Luciano D’Alfonso, che è poi è il vero candidato della sinistra».
La sfottono per aver detto che l’Abruzzo è bagnato da tre mari.
«Davvero qualcuno può credere che io l’abbia detto? L’esame di Geografia all’università l’ho dato con Paratore».
Al primo punto del programma di D’Amico c’è la differenza tra progressisti e conservatori. Lei è un conservatore?
«Una definizione in cui mi riconosco. In un nostro confronto pubblico D’Amico ha detto che lui è per la giustizia sociale. Perché, io sarei per la macelleria sociale? Ancora siamo a questi luoghi comuni vecchi un secolo e mezzo sulla sinistra che sta con i poveri e la destra con i ricchi?».
D’Amico dice anche che la specialità della destra italiana è sfasciare i conti pubblici.
«La giunta precedente mi ha lasciato una Regione dove da quattro anni non si approvavano i rendiconti e non venivano parificati dalla Corte dei conti. Io ho aggiustato i conti che la sinistra aveva sfasciato».
Si ricorda la prima volta che ha incontrato Meloni?
«Ero un dirigente nella sezione del Movimento sociale di Garbatella dove Giorgia si iscrisse».
Era come oggi?
«Non è cambiata, è una che se deve andare a un appuntamento alle 7 di mattina, esce di casa alle 5».
È vero che da ragazza Meloni lavorò a casa sua per assistere sua madre?
«È vero, successe quando mamma si ammalò, Giorgia all’epoca faceva mille mestieri. Ma se ha voglia di parlarne lo farà lei, non io».
Eravate insieme anche nella corrente dei Gabbiani, nella sezione romana di Colle Oppio.
«Un’esperienza bellissima, una comunità che ancora oggi è unita e ha prodotto tanta classe dirigente».
Una comunità che non ha mai rotto abbastanza con il passato.
«Noi Gabbiani già all’epoca eravamo quanto di più lontano potesse esserci dal neofascismo».
Rampelli, lo storico capo dei Gabbiani, oggi è il principale avversario interno di Meloni in FdI.
«Rampelli non merita questa definizione. Dispiace anche a me che i rapporti con Giorgia non siano più quelli di un tempo».
Anche lei come Truzzu e molti suoi colleghi di partito ha difficoltà a definirsi antifascista?
«Essendo da sempre contro tutti i totalitarismi, ho difficoltà solo a ricevere lezioni di democrazia, magari da quelli che quando ero ragazzo cercavano di menarmi».
Chi la voleva menare?
«Alla facoltà di Lettere alla Sapienza i collettivi facevano il cordone per non farmi entrare. Una volta un dirigente di polizia mi disse: lei entri, se la menano li incriminiamo per rissa».
Lei è molto amico anche di Arianna Meloni.
«Arianna avrebbe potuto essere al posto di Giorgia ma era timida. Quando le davamo un megafono in mano diventava rossa. Giorgia andava avanti anche se le strappavano il microfono di mano».
Giorgio Almirante, storico leader del Msi, l’ha conosciuto?
«Ero al picchetto d’onore al suo funerale, ma non lo frequentavo, all’epoca avevo meno di vent’anni».
La toglierebbe la fiamma dal simbolo?
«Quando nacque Fratelli d’Italia ci fu una consultazione interna sul simbolo. Io votai per il nodo tricolore, perché pensavo che una cosa nuova dovesse avere un simbolo nuovo».