Il progetto europeo prevede lo sviluppo di dissuasori acustici in grado di ridurre le interazioni tra delfini e attività di pesca e sviluppare attività alternative come il dolphin watching
Dissuasori acustici da installare sulle reti per tenere lontani i delfini dalle barche da pesca; un’applicazione per condividere i propri avvistamenti quando si è in mare, a pesca, in barca; sportelli informativi per far conoscere ai pescatori le possibili fonti di finanziamento per cambiare gli attrezzi da pesca con quelli meno impattanti. E ancora, attività di informazione e sensibilizzazione del pubblico sulla necessità di proteggere l’ambiente marino, gli habitat e le diverse specie di cetacei. Sono queste alcune delle azioni che l'Area Marina Protetta di Punta Campanella (estesa per una superficie di oltre 1.500 ettari, tra le province di Napoli e Salerno, e guidata da un consorzio di sei comuni: Massa Lubrense, Piano di Sorrento, Positano, Sant'Agnello, Sorrento e Vico Equense) ha messo in campo nell'ambito del progetto europeo Life Delfi (nato il primo gennaio 2020), coordinato dal Cnr-Irbim e a cui collaborano Legambiente Onlus, Università di Padova e di Siena, altre tre aree marine protette (Isole Egadi, Tavolara – Punta Coda Cavallo, Torre del Cerrano), Filicudi Wildlife Conservation e il Blue World Institute (Croazia). I risultati di questi primi cinque anni di attività sono stati presentati il 20 e il 21 maggio scorso in occasione di una due giorni alla quale hanno preso parte i partner, alcuni studenti universitari, diversi pescatori, charteristi e stakeholder, con lezioni teoriche che hanno visto la partecipazione di quasi 70 persone, e un’uscita in mare, partendo dalla Marina Grande di Sorrento. Le condizioni del mare non ci hanno permesso di avvistare i delfini, ma non sono mancate le occasioni di confronto per analizzare nei dettagli il progetto.
«I delfini, e in particolare i tursiopi, noti particolarmente per le capacità cognitive e di adattamento alle attività antropiche, hanno modificato le proprie abitudini alimentari per sfruttare le nuove opportunità di alimentazione legate alle attività di pesca. Si avvicinano alle reti da pesca o addirittura seguono i pescherecci per cibarsi in maniera opportunistica del pesce catturato nelle reti o rigettato dalle imbarcazioni. In questa attività predatoria possono ferirsi con gli attrezzi da pesca, ingerire pezzi di rete o addirittura rimanere intrappolati nelle reti (bycatch) con esiti letali. Per contro i pescatori subiscono danni economici da questa interazione perché i delfini rubano pesce dalle reti, lo rovinano o possono danneggiare le reti stesse», spiega Rosa Linda Testa, biologa della Amp. «Vorremmo che questo territorio non fosse solo di passaggio - gli abitanti della zona dicono "Massa, saluta e passa", riferendosi a Massa Lubrense -, ma fosse conosciuta anche per le sue ricchezze. Invogliano le persone ad avere un impatto nautico diverso, come quello di diminuire la velocità passando per l'Area marina». Il coinvolgimento dei pescatori - non sempre semplice - non si ferma alla diffusione dei dissuasori: «All'interno del progetto sono proposti l’apertura di info-desk a supporto per le richieste di fondi e risorse e corsi di formazione per dolphin watching, proposta come attività economica alternativa per consentire ai pescatori di integrare il proprio reddito attraverso la promozione di attività di avvistamento, insegnando a riconoscere la specie, fotografarle nel modo migliore e gestire in tutta sicurezza l’incontro ravvicinato senza disturbarle e rischiare incidenti», aggiunge, augurandosi un nuovo finanziamento del progetto e annunciando l'apertura il prossimo primo giugno di un Turtle Point, un luogo in cui ricerca, conservazione e didattica convivono e crescono per raggiungere l’obiettivo comune della conservazione degli ecosistemi marini del Mediterraneo. «Puntiamo a coinvolgere anche la popolazione e le scuole con laboratori e attività di sensibilizzazione. Un ruolo fondamentale ha, ad esempio, lo sviluppo dell'applicazione Marine ranger che permette di segnalare avvistamenti di specie marine, geolocalizzarle e consultare una mappa di tutte quelle arrivate, senza che vadano perse. In un paio di anni ne abbiamo già raccolte 600-700», aggiunge Raffaele Cava di Legambiente, ricordando come l'attività della Goletta Verde dell'associazione lo scorso anno è stata dedicata proprio ai delfini.
Oltre a dissuasori visivi e sonori, noti come pinger, negli ultimi tempi, «i ricercatori di CNR-Irbim, in collaborazione con l’università Politecnica delle Marche e National biodiversity future center-Pnrr, abbiamo messo a punto anche dei dissuasori “intelligenti”, ottimizzati grazie all’intelligenza artificiale. Il lavoro è partito dalla realizzazione di un idrofono prodotto “in casa” e a basso costo, per poi procedere a realizzare un dataset capace di immagazzinare le registrazioni acustiche dei vocalizzi emessi dai delfini e capace di emettere un suono solo nel momento in cui l’esemplare si avvicina alle reti. I dati raccolti permettono di capire non solo cosa succede attorno alla rete, ma anche ad esempio cosa si "dicono" i delfini e a che ora si avvicinano. Per ora il pinger “intelligente” è in fase di test mentre il set di vocalizzi dei delfini è stato pubblicato in un sistema di open data a sostegno e supporto di tutto il mondo della ricerca scientifica», ha chiarito Daniel Li Veli, assegnista del Cnr. Dall'inizio del progetto, «Life Delphi ha portato al coinvolgimento di 300-400 pescatori su tutta Italia, alla distribuzione di 400 dissuasori acustici, di quasi 400 visivi, di 300 sistemi alternativi come nasse sostenibili». Life Delfi non intende vietare completamente l’uso di reti passive, ma promuove l’uso degli attrezzi alternativi durante i periodi cruciali e nelle aree di hotspot (periodi e aree con un’alta possibilità d’interazione).
Uno dei dissuasori utilizzati per tenere lontani i delfini dalle reti da pesca
La situazione del Mar Mediterraneo non può cambiare: «Il nostro mare è stressato dalle attività antropiche, che invece di diminuire stanno addirittura aumentando», evidenzia Letizia Marsili, professoressa di Ecologia all’Università di Studi di Siena. «Durante la formazione in aula spieghiamo che i delfini non sono competitor ma possono produrre economia. L'obiettivo non è solo conservare gli animali, ma anche la pesca artigianale che non può essere messa da parte: anche il pescatore è una specie a rischio, ma vogliamo chiarire che un delfino vivo può fruttare più che uno senza vita. In media - osserva - un tursiope ha un'attività fertile di circa 16 anni nella quale dà alla luce circa 4 cuccioli dei quali ne sopravvivono all'incirca la metà. L'Italia non fa abbastanza per proteggere delfini e tartarughe marine, che troppo spesso diventano vittime dei pescherecci nei nostri mari, ed è stata più volte sanzionata dalla Ue». Non dobbiamo dimenticare, poi, che rispetto al periodo industriale - racconta Marsili - «oggi la risorsa ittica è diminuita del 90 per cento e siamo chiamati a conservarla anche per chi verrà dopo di noi. Le specie marine non sono aumentate: ad essere aumentati siamo noi umani e la nostra richiesta di pesce. Basta pensare che se nel 1960 la richiesta era di 9 chilogrammi pro capite oggi è di 21 chilogrammi. Le risorse non sono sufficienti a rispondere a questa domanda crescente».
Delfini immortalati vicino a un peschereccio
Come ricordano i dati diffusi in occasione della Giornata mondiale dei delfini (il 14 aprile) da Life Delfi, citando i dati rilevati dalla “Banca Dati Spiaggiamenti”, gestita dal CIBRA dell’Università degli studi di Pavia e dal Museo di Storia Naturale di Milano, sono 194 i cetacei spiaggiati sulle coste italiane negli ultimi 15 mesi, nella maggioranza dei casi delfini (157: nello specifico 73 tursiopi e 51 stenelle), 37 nei primi tre mesi del 2024. Una tendenza che non accenna a diminuire e conferma la necessità di adottare misure di prevenzione e buone pratiche da adottare in caso di avvistamenti. A quest'ultimo punto è stata dedicata la lezione pratica di Chiara Caruso – veterinaria dell’università di Siena – che ha spiegato quali azioni compiere e quali no in caso di spiaggiamenti, fenomeni sempre più frequenti sulle nostre coste, e come lavorano i team di esperti incaricati dei salvataggi. «È fondamentale che sempre più persone conoscano quali comportamenti adottare e cosa evitare, sempre nel rispetto del benessere dell’animale. In particolare, è necessario allertare sempre la Capitaneria di Porto, che si occuperà di contattare il team di specialisti più vicino, ed evitare di riportare da soli le specie in mare. L'animale ha bisogno di calma e non deve subire ulteriori stress», chiarisce. Per questo, «è importante mantenere un volume di voce bassa e muoversi piano intorno all’animale. Quando interveniamo, i compiti sono divisi: la logistica è fondamentale. Servono persone che delimitino la zona, perché l'intervento potrebbe durare anche diverse ore o giorni, e persone che si occupino anche di comunicare ai bagnanti quello che sta succedendo e le operazioni che verranno compiute. Ci facciamo aiutare da una check-list per compiere tutte le operazioni con attenzione e non dimentica gli oggetti necessari», racconta. Prima cosa? «Dobbiamo fare tutte le valutazioni prima e capire con che animale abbiamo a che fare: lo fotografiamo da tutti i lati per capire se le ferite che riporta sono legate a un impatto antropico o a uno sfregamento, osservando con delicatezza gli organi capitali più importanti - occhi, sfiatatoio, testa, organi sessuali - per capire se l’animale è reattivo. Vengono fatti tamponi ed esami del sangue, anche quando ci rendiamo conto che il recupero dell'animale è difficile, come accade nella maggior parte dei casi. Ci avviciniamo sempre avendo cura che l'animale ci veda di fronte, e valutiamo la risposta ad alcuni riflessi o il respiro, anche con l'aiuto di specchietti per vedere se ci sono tracce di vapore». In tutte le operazioni, conclude Caruso, «usiamo guanti e mascherina, perché come noi potremmo portare malattie all’animale, anche lui potrebbe trasmettercene. Proteggiamo l'animale con ombreggianti e teli bagnati, o in caso di basse temperature lo riscaldiamo. Se l’animale sta bene, prima di portarlo in mare avvolgendolo con una barella, realizziamo delle buche nella sabbia intorno a pinna e coda, per facilitare il suo spostamento. Ricordiamo che servono tre/quattro persone, perché siamo di fronte ad animali che pesano circa 300 chilogrammi. E poi monitoriamo i suoi movimenti nei giorni seguenti. L'importante è non accanirsi sull'animale: nella maggior parte dei casi si è costretti a intervenire farmacologicamente, con l’eutanasia o la sedazione, seguendo un protocollo preciso. In questi anni non siamo riusciti a salvare nessun delfino spiaggiato, a differenza delle tartarughe. Abbiamo assistito, però, a persone che cercando di aiutare l'animale lo hanno rimesso in mare senza curarsi del suo stato di salute, quando dobbiamo dare a lui la possibilità di tornare in acqua».
La lezione di "Dolphin Rescue" - Foto di Silvia Morosi