Abruzzese della provincia di Chieti, già sottosegretario a Palazzo Chigi e poi vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini la sua terra la conosce bene. Non solo perché ci vive, al netto degli impegni romani, ma perché è il commissario del governo alla ricostruzione che dal 2020 si occupa di curare una regione ferita da altri due terremoti, dopo quello devastante dell’Aquila nel 2009. Ebbene, lui che cinque anni fa fu sconfitto dall’attuale governatore di Fratelli d’Italia, stavolta sente «qualcosa di diverso nell’aria, un risveglio dell’elettorato come non si vedeva da tempo e che fa ben sperare».
Legnini faccia un pronostico, come finirà la partita?
«È davvero apertissima. E non lo dico soltanto da tifoso del centrosinistra: ogni qualvolta la competizione si è svolta uno contro uno, come in questo caso, la vittoria o la sconfitta sono state sempre aggiudicate per poco, con margini molto ridotti».
Nel 2019 invece eravate in tre: Il Pd, il M5S e il centrodestra unito su Marsilio, che vi staccò di oltre 15 punti. È l’unica ragione per cui perdeste così male?
«Non fu l’unica. Il centrosinistra quell’anno perse tutte le regioni: Sardegna, Umbria, Basilicata, Piemonte. In Abruzzo la situazione era completamente differente da quella di oggi: non c’era una coalizione, alle politiche di pochi mesi prima il M5S aveva preso il 40% e la Lega viaggiava intorno al 30. Il Pd partiva dal 18% e risalimmo al 32. Fu una battaglia di resistenza e la mia una candidatura di servizio. Ora il quadro è del tutto cambiato».
In che senso?
«Siamo stati in grado di costruire un’alleanza forte e radicata non solo con il M5S, ma fra tutte le forze di opposizione al centrodestra regionale e nazionale. All’inizio, il convincimento diffuso era quello di un esito scontato a favore della riconferma di Marsilio. Nelle ultime settimane c’è stato un ribaltamento che fa intravedere la possibilità di un risultato diverso».
Per il momento l’Abruzzo è un unicum, come ci siete riusciti?
«Con un’opera paziente di tessitura, generosità e consapevolezza che solo stando insieme si poteva giocare la partita. Aiutati da un ottimo candidato, Luciano D’Amico: un docente, formatore ed economista che sa declinare le idee e i programmi in azioni di governo. Una lezione che vale per la Regione e in prospettiva per il Paese. Se vinciamo significa che un’alternativa esiste, sarà più difficile mettere in discussione l’unità del centrosinistra».
Ma la vicinanza di Marsilio al governo non rischia di essere un punto di forza decisivo?
«Penso che finirà per contare di più il giudizio negativo che i cittadini hanno sulla giunta di destra uscente. La sanità è allo sfascio, idem le infrastrutture, tutti gli indicatori economici registrano una battuta d’arresto. Se nella classifica sul gradimento dei presidenti di Regione si è sempre posizionato nella fascia bassa, qualcosa forse vorrà dire».
Dopo la Sardegna, se Meloni perde anche in Abruzzo ci saranno contraccolpi?
«Non lo so, vediamo. Ma certo, due batoste consecutive non potranno essere minimizzate, tanto più perché proprio qui è iniziato il percorso di crescita e di insediamento della classe dirigente di FdI. Sarebbe quantomeno il risultato-simbolo di una difficoltà».
Su che cosa si gioca la vittoria o viceversa la sconfitta?
«Sull’astensionismo: nel 2019 l’affluenza si fermò al 53%, ogni voto in più farà crescere le chance di D’Amico, rianimando un elettorato scettico e disilluso che però si sta già risvegliando. Le iniziative sono tutte molto partecipate, vedo forti segnali di fiducia. Ce la possiamo fare».