“Poliziotto suicida perché vessato dai colleghi nel carcere di Turi”: ex detenuto fa ripartire l’inchiesta sulla morte di Umberto Paolillo

“I colleghi lo prendevano in giro continuamente, lo sfottevano perché viveva ancora con i suoi genitori, lo chiamavano gobbetta, gli davano dei giornaletti porno. Umberto spesso si confidava con noi detenuti, lo vedevamo sempre triste. Quando abbiamo saputo del suicidio abbiamo pensato che fosse arrivato al limite e che il gesto fosse collegato a quello che subiva in carcere”: ricomincia dalle parole di un ex detenuto del penitenziario di Turi l’inchiesta sulla morte di Umberto Paolillo, l’agente di polizia penitenziaria che il 18 febbraio 2021 si è tolto la vita a Bitritto, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola di ordinanza a 56 anni.

Il giudice Francesco Rinaldi ha rigettato la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, a cui si era opposta la famiglia (rappresentata dall’avvocato Antonio La Scala), disponendo ulteriori indagini nell’ambito del fascicolo per istigazione al suicidio. Il sospetto è che la decisione di farla finita sia maturata a causa delle vessazioni subite in ambito lavorativo, delle quali Paolillo aveva più volte parlato alla madre Rosanna Pesce e al neurologo che lo aveva in cura, mettendole persino nero su bianco su alcuni fogli conservati in una cartella chiamata appunto “tutte le cattiverie subite”. Tali angherie sono state negate dalla maggior parte dei colleghi dell’agente ascoltati dai carabinieri mentre solo uno di loro ha riferito delle paure di Paolillo, delle richieste di aiuto durante alcuni servizi, dell’ansia di essere licenziato e anche di comportamenti molto duri da parte di alcuni superiori.

A conferma di tali indicazioni sono arrivate poi le parole di un ex detenuto, che conosceva molto bene il poliziotto suicida, che ha riferito di aver assistito personalmente a condotte vessatorie: “Lo prendevano in giro, dicendo che aveva 60 anni, che era ancora vergine e che abitava ancora con sua madre”. Tali dichiarazioni, a detta del gip, “non possono trascurarsi”.

Anche perché l’uomo ha riconosciuto con certezza, nell’album fotografico mostratogli dagli investigatori, gli agenti che avrebbero tenuto comportamenti bullizzanti nei confronti di Paolillo. Di questi poliziotti il giudice ha ordinato l’interrogatorio, insieme ad un ascolto più approfondito dell’ex detenuto. Anche se finora non sono emersi elementi utili per iscrivere nomi nel registro degli indagati – ha ragionato il giudice – è possibile che l’agente sia stato indotto al suicidio a causa delle continue pressioni subite sul posto di lavoro. Le indagini, dunque, non possono finire qui ma devono andare avanti alla ricerca dei presunti responsabili.