Mattarella a Cassino: “L'Italia ripudia la guerra e deve costruire ponti di dialogo”

CASSINO – “La guerra non si ferma alla soglia della barbarie”. Sergio Mattarella lo dice parlando della distruzione dell’abbazia di Montecassino da parte degli alleati, che ottant’anni fa oltre a un pezzo di civiltà uccisero i monaci e le tante famiglie che vi avevano trovato rifugio. E’ un chiaro rimando a quel che sta avvenendo in queste settimane a Gaza, in Ucraina. Vanno fermati gli eccessi reazione. Precisa: “Bisogna interrompere il ciclo drammatico di terrorismo, di violenza, di sopraffazione, che si autoalimenta e vorrebbe perpetuarsi”. Va riaperta “una speranza di pace”. “In questi anni amari di guerre” il Capo dello Stato lancia quindi un appello alla pace, che a Kiev deve essere giusta. Ricorda, in proposito, il ruolo dell’Italia nei conflitti, la sua vocazione “a costruire ponti di dialogo, di collaborazione con le altre nazioni”. Esalta l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Anche questo è un riferimento trasparente all’aggressione di Putin, ripetutamente condannata negli ultimi due anni. Sprona anche l’Europa a fare di più. “Deve assumersi un ruolo permanente nella costruzione di una pace fondata sulla dignità e sulla libertà”.Si percepisce uno scarto rispetto ad altri recenti prese di posizione, un cambio d’umore. Mattarella sembra confessare con questo discorso in piazza il suo sgomento per l’impossibilità a trovare una soluzione in Medio Oriente e in Ucraina.Accolto con calore dalla popolazione specifica che Cassino è una città martire, come Coventry e Dresda. I bombardamenti, lo scontro con i nazisti attestati in città, durarono 129 giorni, e provocare duecentomila morti. Uno snodo cruciale, che permise poi di raggiungere Roma e liberarla il 4 giugno 1944. C’è non a caso una sottolineatura del ruolo della Resistenza, contro il nazifascismo, “gli oppressori dell’Italia”. Il Capo dello Stato si è poi recato a Ferentino, per rendere un commosso omaggio alla tomba di don Giuseppe Morosini, il prete partigiano, che collaborò con gli alleati e che, tradito da un fascista infiltrato, venne arrestato, torturato e quindi fucilato a Forte Bravetta.
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