Giro d'Italia, perché Pogacar a Livigno ha fatto un'impresa

diMarco Bonarrigo

Tadej Pogacar ha realizzato una delle imprese più strabilianti degli ultimi dieci anni: scatto violentissimo di 13'' a 920 watt, un minuto guadagnato in due chilometri di salita. Le sue maxi colazioni durano 40 minuti

Come moltissimi italiani in gita domenicale da queste parti, Tadej Pogacar è arrivato per la prima volta a Livigno per risparmiare sulla benzina: «Avevo 17 anni e la Nazionale juniores slovena mi convocò per un ritiro di allenamento a Saint Moritz. Viaggiavamo su un pulmino scassato con pochi soldi e tanta fame e in Svizzera i prezzi erano folli. Qualcuno ci spiegò che a pochi chilometri dalla frontiera con l’Italia c’era un posto dove tutto costava meno. Arrivammo a Livigno per fare il pieno, ci restammo per allenarci perché la valle era meravigliosa. Cerco di tornarci ogni anno, per me è un luogo del cuore».

Ieri Tadej ha ripagato la Valtellina con una delle imprese più strabilianti degli ultimi decenni del ciclismo. Un lavoro pulito, un’operazione da serial killer delle due ruote: un solo scatto violentissimo di 13” (a 920 watt, i cultori di fisiologia umana strabuzzano gli occhi) a 14,5 chilometri dal traguardo ha avuto sui suoi avversari già sfiniti fisicamente e psicologicamente da due settimane di dittatura l’effetto di una pistolettata con il taser.

Mentre lui volava verso il Passo Foscagno con una pedalata di rotondità e frequenza (100 rpm) senza pari loro sembravano di colpo e immeritatamente cicloamatori in escursione. Un minuto guadagnato in due chilometri di salita, tre in poco più di dieci sono la differenza tra una fuoriserie e un’utilitaria, tra un ciclismo spaziale (Pogi ha abbassato di 5’ il vecchio record di scalata del Foscagno del suo connazionale Valjavec) e uno umano.

«Avevamo pianificato tutto al millimetro — ha spiegato Tadej defaticando sui rulli con la maglia madida di sudore, incurante del gelo — partendo dal controllo della fuga perché un cambio di direzione del vento avrebbe potuto favorirla, fino al momento in cui Rafal (il gregario chiave Majka, ndr) mi ha aperto la strada. L’idea era solo di guadagnare il più possibile sugli avversari diretti, ma sapete come funziona nelle corse: se cominci a superare chi ti sta davanti ci prendi gusto e non ti fermi fino a quando non resta più nessuno». Il dodicesimo e ultimo a essere inghiottito è stato il bronto-scalatore colombiano Nairo Quintana che sulle rampe verticali del Mottolino è stato bravissimo a perdere solo 30 secondi.

Per tutti gli altri ritardi abissali: sono 70 anni (la famosa fuga bidone di Clerici al Giro del 1954) che dopo quindici tappe la maglia rosa non ha più di 6’41” di vantaggio sul secondo in classifica (Geraint Thomas) con Daniel Martinez sempre terzo a 6’56” e un frastornato Antonio Tiberi che, pur senza crollare, nel «giorno più difficile della sua carriera» è precipitato a quasi dieci minuti e vede sulla sua maglia bianca l’ombra dell’olandese Arensman. 

«Sei anni fa — ha aggiunto Poga — ero un ragazzino che guardava in tv la sfida al Tour de France tra Thomas e Quintana e mi arrabbiavo moltissimo perché non accettavo che Nairo non attaccasse mai la maglia gialla. Oggi li ho staccati entrambi: è stato divertente ma non dimentico che sono due fuoriclasse che ammiravo».

Della fisiologia sovrumana di Pogacar e dei suoi allenamenti si sa poco, ma raggiante di felicità lo sloveno si è generosamente aperto almeno sulle sue colazioni pre-impresa: «Sono fissate tre ore prima della partenza, durano 40’: il cibo bisogna goderselo perché abbia effetti positivi. Ieri ho mangiato una porzione abbondante di riso dolce condita con pezzetti di fragole, mirtilli, pane cucinato dal nostro chef con dell’ottimo prosciutto, una piccola omelette e dei waffles con miele e lamponi freschi».

Oggi la carovana riposa in vista dei tapponi di domani (Val Gardena) e mercoledì (Valsugana). Come da copione, Pogacar spiega che la corsa non è ancora finita ma fa intendere chiaramente che la sua testa ormai è rivolta al Tour de France. «A Firenze ritroverò l’unica cosa che mi sta mancando in questa gara bellissima — ghigna — alcuni miei storici avversari: Vingegaard, Roglic, Evenepoel e altri». Tutti in convalescenza avanzata dopo incidenti assortiti, tutti incollati alla tv per cercare di capire come non farsi strapazzare dal marziano rosa che ha raggiunto livelli di onnipotenza che solo Merckx.

20 maggio 2024

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