L’economia russa è più forte delle sanzioni? Cosa si nasconde dietro i numeri di Putin

L’anno scorso la Russia è cresciuta di almeno il 3%, ma dietro numeri in apparenza robusti si nascondono tensioni e crepe di un sistema che rischia uno smottamento

Vladimir Putin in visita a una fabbrica militare

Vladimir Putin in visita a una fabbrica militare

Il 30 gennaio il Fondo monetario internazionale pubblicherà il nuovo «World Economic Outlook», il suo rapporto periodico di analisi e previsioni. E, sulla base dei dati già pubblici, sembra probabile che l’Fmi ci metterà davanti a una scomoda verità: l’anno scorso la Russia è cresciuta di almeno il 3%, mentre l’area euro è rimasta molto sotto l’1%. È anche probabile che proprio la Russia riceva per quest’anno una delle più favorevoli revisioni al rialzo delle previsioni economiche, a giudicare dalle informazioni pubbliche già disponibili, mentre la crescita europea potrebbe essere rivista al ribasso. Cosa sta succedendo? Vladimir Putin ha vinto la sua scommessa, dimostrando che il suo Paese è più forte delle sanzioni occidentali e dell’Europa stessa?

Un’economia di guerra

Questi andamenti obbligano tutti a lasciare da parte gli appelli astratti e le affermazioni non suffragate da fatti. Bisogna rifare i conti con la realtà. Ci ho provato sulla base di statistiche russe, analisi di esperti dell’economia del Paese e testimonianze dall’interno. La conclusione è duplice.

Primo: i governi occidentali e i commentatori (me incluso) due anni fa hanno sopravvalutato l’impatto delle sanzioni e in seguito molti Paesi – tacitamente, ma volutamente – hanno scelto di applicare in maniera distratta e lassista le stesse sanzioni che avevano deciso.

Secondo: Putin è di umore trionfante, ma l’economia russa resta su un piano inclinato. Dietro numeri in apparenza robusti si nascondono tensioni e crepe di un sistema che, alla lunga, rischia uno smottamento. È su questo secondo aspetto che vorrei concentrarmi: la trasformazione della Russia in economia di guerra, capace di prosperare solo grazie ad essa, sta dando forma a un colosso malato. Benché forse non tanto presto, i suoi piedi d’argilla minacciano di farsi sentire sempre di più.

I settori in crescita

L’ultimo rapporto mensile di Rosstat, l’agenzia statistica di Mosca, sulla «situazione socio-economica» del Paese rivela quanto sta accadendo. I settori di pace e sostenuti solo dal mercato sono in declino, mentre solo i settori di guerra sussidiati a caro prezzo dal governo sono in pieno boom. La crescita russa si spiega così. Nell’anno fino a ottobre 2023, gli addetti alla «produzione di beni in metallo eccetto macchinari e strumenti» (in sostanza, armi e munizioni) sono aumentati dell’11,8%. Quelli per la produzione di «computer, strumenti ottici ed elettronici» (un altro settore del complesso militare-industriale) sono cresciuti del 6,4% e quelli per «prodotti elettrici» del 5,9%. Invece crollano del 9,2% i lavoratori di un settore civile come la lavorazione del legno, del 5% l’editoria, del 2,6% la fabbricazione di abiti.

Imprese di pace tassate sempre di più

La Russia è un’economia drogata di sussidi pubblici a tutti i settori che sostengono lo sforzo di guerra, finanziati dal petrolio e dal gas e volti alla distruzione di un Paese vicino. Sta accadendo in questi anni in Russia quanto accadde in Italia nel 1935-1936, quando Mussolini fece riconvertire la grande industria alla produzione bellica e la pagò generosamente per questo, chiedendo ai nostri nonni di donare «oro alla patria». Così Putin tassa sempre di più le imprese di pace per alimentare quelle di guerra e sempre più sta dando forma a un’economia duale, fratturata: la produzione volta a portare la morte viene incoraggiata e co-finanziata dai sussidi di Stato, quella della vita civile soffre abbandonata a se stessa in un mercato asfittico e isolato.

L’andamento dei salari

Lo si vede nei salari: un operaio del nuovo settore militare-industriale guadagna circa un terzo più di un operaio con pari competenze nei settori civili. Il mensile di un colletto blu nell’industria alimentare è dell’equivalente di 615 euro al mese, quello di un collega nell’industria «elettronica» di 950 euro al mese (circa pari al reddito medio per abitante nella federazione). Nella scala dei compensi dei russi a bassa qualifica al gradino sopra si trovano poi gli addetti più vicini al «core business» di Putin: coloro che firmano un contratto con l’esercito e vanno a uccidere e farsi uccidere in Ucraina. Il dittatore si vanta che i volontari sono stati quasi mezzo milione e di certo le condizioni sembrano allettanti. Rischiando la vita in trincea si guadagna il doppio che lavorando su tre turni nelle fabbriche del complesso militare-industriale.

Il bonus per i soldati volontari

Il mensile del soldato volontario è pari all’equivalente di circa duemila euro, ma con il «bonus d’ingresso» si arriva a 5.000: abbastanza per comprarsi una casa nelle campagne delle provincie più povere, come la Buriazia, da cui viene la gran parte dei soldati. Se poi si è feriti in Ucraina, il governo versa un «premio» fra 30 mila e 50 mila euro. Se si è uccisi, le famiglie ricevono un indennizzo equivalente a 50 mila euro, più una copertura assicurativa da 30 mila euro: la vostra vita vale, per chi vi manda a morire, il 10% meno di un monolocale di 34 metri quadri a Mosca. Gli economisti Alexandra Prokopenko e Alexander Kolyandr per il giornale online indipendente russo The Bell (fonte fondamentale) stimano che il governo abbia già dovuto versare l’equivalente di circa 5 miliardi di euro alle famiglie dei soldati morti e di 10 miliardi ai feriti, che probabilmente si aggirano superano i 200 mila. Si tratta di pagamenti già quasi pari all’1% del prodotto interno lordo russo e al 3% del bilancio pubblico, somme enormi per il Paese. Perché l’economia di guerra divora risorse, umane e finanziarie.

Tassi d’interesse alle stelle

Con almeno mezzo milione di russi nel fiore degli anni fuggiti all’estero dopo l’invasione, un altro milione di uomini invischiati e a volte uccisi o feriti in Ucraina, l’offerta di manodopera per le imprese è sempre più scarsa. Tanto più che il complesso militare-industriale ormai assorbe da solo quasi due milioni di addetti, in forte aumento rispetto a due anni fa. Il tasso di disoccupazione è a minimi da oltre trent’anni, al 2,9%; le imprese si portano via le une con le altre i lavoratori a colpi di offerte sempre più generose e faticano a coprire i posti rimasti vacanti. L’economia si sta surriscaldando, l’inflazione media nel 2023 è stata del 7,5% e non si vede una forte discesa quest’anno, al punto che la banca centrale di Mosca sta tenendo tassi d’interesse elevatissimi al 16% (oggi, persino più alti che in Ucraina).

Il 6% del Pil per la difesa

Ma proprio l’impossibile costo del denaro contribuisce a fratturare ancora di più l’economia russa fra i settori favoriti da Putin e gli altri: i primi ricevono gran parte del credito sussidiato all’industria per molte decine di miliardi di euro di esposizione, mentre gli altri no e così lo scarto fra il complesso militare-industriale e il resto del sistema si allarga sempre di più. Del resto proprio i sussidi di governo al credito contribuiscono ad alimentare l’inflazione e dunque a tenere alti i tassi d’interesse per tutti. Così la spirale continua a fare sempre nuovi giri. L’economia cresce, ma è in tensione e in pieno surriscaldamento. Un sistema del genere riesce a stare in equilibrio solo grazie alla spesa pubblica: quest’anno quella direttamente rivolta alla difesa varrà il 6% del Pil e un rublo di denaro pubblico ogni tre verrà speso per l’esercito o l’apparato repressivo interno; a ciò si aggiunge il denaro versato dal governo per stimolare l’industria bellica.

Petrolio russo a 70 dollari

Putin non potrà mantenere uno squilibrio così profondo molto a lungo. Solo per coprire il bilancio del 2024 ha bisogno – scrive Alexandra Prokopenko – di vendere il petrolio russo a 70 dollari al barile: ma dato lo sconto del greggio degli Urali sul mercato mondiale, attualmente la Russia fatica a mantenere queste quotazioni. La guerra in Ucraina entra dunque nel suo terzo anno sempre più simile, per certi aspetti, alla prima guerra mondiale: al fronte prevale lo stallo fra trincee contrapposte, ma alle spalle degli eserciti conterà sempre di più la capacità dei Paesi si sostenere economicamente lo sforzo bellico. Quella della Russia, alla lunga, non è assicurata.

Questo articolo è apparso nella newsletter del Corriere della Sera Whatever it takes, curata da Federico Fubini. Per iscriversi, cliccare qui.

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29 gennaio 2024 2024 ( modifica il 30 gennaio 2024 2024 | 18:48)

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