Ira e scioperi tra i templi, nella roccaforte di Varanasi ora Modi perde terreno:«Non lo votiamo più»

diAlessandra Muglia, da Varanasi

Inflazione, scioperi, proteste: il premier non torna nella sua roccaforte. Il reportage della nostra inviata

«Non sono un candidato, perché fate la fila per intervistarmi?», scherza mentre ci accoglie nella sua dimora a ridosso di uno degli 84 ghat, le tipiche scalinate di Varanasi che degradano sul Gange come tetti spioventi da cui ogni giorno migliaia di devoti scendono per purificarsi. È sera ma Vishwambhar Nath Mishra si presenta in tenuta da professore, pantaloni e camicia, quella che usa durante il giorno quando insegna Ingegneria elettronica all’università. 

Al calar del sole, si «trasforma» in prete indù: in dhoti e kurta passa le serate al tempio lì vicino, con grande seguito. È in questa casa che si è recato la scorsa settimana il leader indiano Narendra Modi, a cui Mishra non lesina critiche. «Il premier voleva parlarmi di Ma Ganga», il Gange, adorato come una divinità. «Era già venuto qui dieci anni fa, prima delle elezioni che lo hanno incoronato premier per la prima volta. Mi aveva parlato per mezz’ora del Gange agonizzante, voleva consigli su come salvarlo. Poi ha destinato quasi tre miliardi di dollari per bonificarlo, ma durante il suo governo la situazione è peggiorata. Non hanno scelto la tecnologia giusta. Del nostro progetto hanno preso soltanto il nome», ci dice sconsolato. 

In un altro ghat, nel groviglio di case, piccole botteghe e antiche dimore dei maraja, si leva la voce di Pramod Manhi, leader dei barcaioli — figli del Gange si fanno chiamare — con le storie dei loro antenati raccontate anche nella mitologia. «Usano la religione come un brand, stanno affossando la spiritualità di questa città», attacca Manhi, sventolando una lettera. «Abbiamo scritto alle autorità che non voteremo Bjp se non revocano le licenze a chi organizza crociere. Loro usano grandi imbarcazioni di metallo, non di legno come le nostre. Non si fermano a fare le puje, ma fanno molto marketing anche su internet, e riescono a strapparci i clienti, i nostri incassi si sono dimezzati». 

Dopo scioperi e proteste, da questa comunità di 300 mila persone arriva un monito a ridosso del voto. Sabato si svolge l’ultimo dei sette round della maratona elettorale, con urne aperte anche a Varanasi, nell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso con i suoi 257 milioni di abitanti. Il partito che vince qui di solito finisce per governare anche a New Delhi. Ma «ora si prevede che questo stato sarà tra quelli in cui il partito di Modi registrerà più perdite», considera Rajan Pandeym, consulente politico specializzato in campagne elettorali, che pronostica 50-60 seggi in meno. Se così fosse, altro che super maggioranza. 

Da queste elezioni Modi uscirebbe sì vittorioso, ma ridimensionato, conviene Yogendra Yadav, attivista vicino ad Alleanza India, che riunisce 18 partiti dell’opposizione tra cui il Congresso dei Gandhi. Effetto dell’inflazione galoppante, della disoccupazione, delle politiche che avvantaggiano soprattutto i grandi imprenditori, ripetono dal campo avversario.  Anche nella «capitale» dell’induismo che Modi ha sempre scelto come suo collegio e dove ha sempre stravinto, sta crescendo qualche risentimento. «Ho sempre votato per lui, ma ora non credo lo farò» ci dice Shanbaz Hasan, 31 anni. Con il padre guida una società di 200 addetti che realizza sari. «Il nostro business è calato del 20%, quello del settore tessile del 40. Invece di intervenire con sussidi, il governo ha moltiplicato le tasse, alzato il costo dell’energia, e per via dell’inflazione non riusciamo più a esportare», lamenta, ricordando che in questo settore sono occupate mezzo milione di persone in città. 

Ma è soprattutto da fuori, dalle aree rurali che arriva la sfida.  Alle proteste dei contadini per il caro elettricità e per i danni provocati dalle mucche vaganti di cui non si possono disfare, perché sacre per l’induismo, si sommano le mobilitazioni per le terre espropriate in nome dello sviluppo. I fratelli Pradap sono in prima linea contro il progetto di costruzione di un hub per il trasporto su camion che dovrebbe estendersi per 214 ettari, sulle terre di 3mila agricoltori, compresa la loro. «Ci hanno offerto una ricompensa pari a un terzo del prezzo di mercato», precisa Uday, che è riuscito a portare il caso alla Corte Suprema. Modi non ha chiuso la campagna elettorale a Varanasi come ha sempre fatto. È arrivato invece Rahul Gandhi: «Vi assicuro che dopo il 4 giugno Narendra Modi non sarà più il primo ministro di questo Paese», ha scandito il leader del Congresso. Toni da campagna elettorale. Da oggi alle 17 tutti zitti, scatta il silenzio.  

29 maggio 2024 ( modifica il 29 maggio 2024 | 23:29)

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