La Resistenza di Sandra Gilardelli, esce «La staffetta senza nome» «Noi coraggiosi? Lottavamo per la libertà»

di Elisabetta Rosaspina

Quasi cento anni, a 18 si un� ai combattenti partigiani nel Verbano, in Piemonte. Esce per Solferino la sua autobiografia, scritta con la giornalista Jessica Chia

La Resistenza di Sandra Gilardelli, esce «La staffetta senza nome». «Noi coraggiosi? Lottavamo per la libertà»

I partigiani della Cesare Battisti. Da sinistra: Michele Fiore �Mosca�, Sandra Gilardelli, Nino Chiovini �Peppo� e Guido Zanetti nel 1945

C’erano i combattimenti, i posti di blocco, le imboscate e i rastrellamenti, ovvio. Ma c’era anche il problema delle calze di lana, per esempio, del gelo e della neve in cui affondavano le scarpe fradice dei partigiani. Occorreva che qualcuno si preoccupasse pure di questo.

Allora: �Abbiamo aperto tutti i materassi, tirato fuori tutta la lana, l’abbiamo lavata per bene e poi lasciata asciugare al sole. Infine, l’abbiamo portata a filare in un paesino vicino, Esio, dove viveva un’anziana contadina che possedeva ancora un vecchio arcolaio. Ecco, quando si dice che il bisogno aguzza l’ingegno. Ora avevamo i calzettoni per i partigiani che dovevano camminare nei boschi d’inverno�.

Se la grande storia � fatta di piccole storie, quelle che Sandra Gilardelli ha rievocato per Jessica Chia nelle loro puntuali conversazioni del venerd�, e che escono ora riunite in un libro di memorie, illustrano meglio di un testo scolastico la genesi della Liberazione e i segreti della vittoria.

�Arca�, �Selva�, �Marco�, �Mosca�: sono i nomi di battaglia di alcuni storici comandanti della Resistenza piemontese che Sandra Gilardelli ha conosciuto e che, in qualche modo o in qualche momento, fra la fine del 1943 e l’aprile 1945, ha salvato o contribuito a proteggere dall’arresto, dalle torture e dal plotone di esecuzione.

Perch�, dietro ai partigiani in armi, c’era un esercito di anonime staffette. Erano spesso donne, ancora pi� spesso ragazze o addirittura adolescenti, che non imbracciavano il mitra, ma rappresentavano il principale veicolo di medicinali, garze, provviste, calzettoni impermeabili e, soprattutto, di ordini, notizie, mappe e altri documenti, indispensabili per il coordinamento delle diverse formazioni, all’epoca e in valli dove il telefono fisso era ancora una rarit�.

Cent’anni il prossimo primo luglio, Sandra Gilardelli ne aveva diciotto quando si un� alla lotta contro i nazifascisti. Pi� di ottant’anni dopo, la sua memoria � ancora una miniera. Una delle ultime miniere di aneddoti, di ricordi e valori sempre pi� rari e preziosi.

desc img
�La staffetta senza nome. Autobiografia di una partigiana� (Solferino, pp. 174, euro 17) di Sandra Gilardelli con Jessica Chia

Un giacimento insostituibile, che Jessica Chia, giornalista del �Corriere della Sera�, ha esplorato e aiutato a riportare alla luce: per orecchie in grado di intendere e, magari, di apprezzare virt� desuete, come l’umilt�, il coraggio, il senso del dovere, lo spirito di sacrificio. E la coerenza.

�Sandra ha combattuto usando l’intelligenza — scrive l’autrice nell’introduzione —: ha imparato a fare l’infermiera, ha sfidato una perquisizione senza perdere la calma, ha attraversato boschi di notte o all’alba, da sola�. In senso lato, ha affrontato tenebre che avrebbero potuto inghiottirla per sempre.

desc img
Sandra Gilardelli con Jessica Chia

Il suo non era coraggio: �Era incoscienza. Era un ideale — spiega la protagonista alla sua intervistatrice, di 61 anni pi� giovane —. Se dovessi pensare al coraggio, credo che in montagna ci sarebbero saliti in pochi. Lo abbiamo fatto perch� avevamo qualcosa da raggiungere�. N� un premio, n� una medaglia, n� una citazione nei libri di storia. �La libert�.

La staffetta senza nome � il titolo scelto — non a caso — per l’�Autobiografia di una partigiana�, da oggi in libreria pubblicata da Solferino Editore nella collana Ritagli, diretta da Massimo Franco. �Senza nome�, come le decine di migliaia di donne che dopo l’8 settembre hanno lavorato nelle retrovie, senza la gloria della prima linea, assistendo e nascondendo i partigiani, aiutando chi voleva attraversare il confine con la Svizzera e garantendo un supporto logistico di importanza vitale a chi invece aveva scelto di opporsi a tedeschi e repubblichini.

Se scoperte e catturate come complici dei ribelli, quelle donne, disarmate e indifese, avrebbero avuto una sorte perfino peggiore di quella dei combattenti.

Dalla fine della guerra Sandra Gilardelli si batte ancora, perch� i giovani conoscano il prezzo pagato in quegli anni lontani da tanti volontari, altrettanto giovani, per la libert� e la democrazia, e non si astengano dal diritto conquistato con la loro vita: il voto.

Gira tuttora per le scuole, parla con gli studenti, cerca di calamitare l’attenzione dei pi� piccoli provando �a narrare la Resistenza come se fosse la storia de I tre moschettieri. Avete presente “uno per tutti, tutti per uno”? La Resistenza � stato quello: c’era una solidariet� che ora manca�.

Alexandre Dumas, probabilmente, avrebbe messo volentieri la firma sotto certi racconti di Sandra Gilardelli, ambientati in Val d’Ossola, nel Verbano, sul Lago Maggiore, in Val Grande e in Val Cannobina, tra Premeno, Intra, Pian Nava.

Proprio l�, dove la famiglia Gilardelli era sfollata da Milano, sotto i bombardamenti, Sandra si era semplicemente �messa a disposizione� del Cnl, il Comitato nazionale di liberazione: �Sono qui, sono dei vostri�.

Dalla ricerca di bende, disinfettanti, maglie di lana (allora introvabili e costosissime), i compiti assegnati alla ragazza diventarono sempre pi� delicati. Per la brigata alpina Cesare Battisti, apartitica e guidata dal sottotenente Armando Calzavara, alias �Arca�, Sandra ritirava, trasportava e consegnava buste bianche e sigillate delle quali, per la sua stessa sopravvivenza, era meglio ignorasse il contenuto compromettente, in caso di cattura.

Ci manc� davvero poco in diverse occasioni: come quando, sul tram tra Pian Nava e Intra, era stata perquisita assieme agli altri passeggeri da un gruppo di fascisti. Impugnando, ben in vista, la sua busta bianca, come fosse un fazzoletto o un paio di guanti, Sandra aveva svuotato docilmente la borsetta dei suoi innocui effetti personali, superando indenne il controllo: �Sicuramente c’era dentro di me quel fuoco della convinzione di essere dalla parte giusta, che mi ha fatto tenere quella mano — e quella testa — alta davanti a loro�.

A Jessica Chia, Sandra ha affidato pagine dense di dolore, come quelle per i ragazzi dei reparti veloci, la �volante Cucciolo�, trucidati a Trarego il 25 febbraio 1945, a due mesi dalla Liberazione. Pagine piene di affetto, per le amiche partigiane Antonietta Chiovini e l’infermiera Maria Peron. E pagine di infinito amore per �Mosca�, nome di battaglia di Michele Fiore, uno dei tre comandanti della Cesare Battisti, poi ufficiale di collegamento del Cln con l’Office of Strategic Services americano.

Quando lo vide per la prima volta �Mosca� era camuffato da SS. Chiarito l’equivoco, Sandra non ci mise molto a capire di avere incontrato l’uomo del destino. Di origine pugliese, Fiore aveva combattuto come fante in Grecia e, dopo l’8 settembre, aveva raggiunto i renitenti alla Repubblica Sociale nel Verbano.

Catturato dai repubblichini a Cannobio, nel settembre del 1944, � riapparso nella vita di Sandra nel luglio del ’45. Lei non aveva mai smesso di aspettarlo.

Il loro matrimonio � durato fino alla scomparsa di �Mosca�, nel 2013, solido come la loro certezza di aver compiuto sui monti �soltanto� il proprio dovere: �Non fate gli applausi ai vivi — raccomanda sempre Sandra —, ma a quelli che sono morti�.

18 aprile 2025 (modifica il 18 aprile 2025 | 13:50)

- Leggi e commenta