L’ex premier palestinese Fayyad: “Hamas non può essere distrutta. Ma se entra in una Olp potremo costruire il nostro nuovo Stato”

"Onestamente, con 11mila morti la priorità non è il Day After. Ma il cessate il fuoco. Questa non è una guerra contro Hamas: ma contro tutti i palestinesi. A cui non viene chiesto di andare a Gaza sud, ma a sud di Gaza, in realtà, è quello l'obiettivo: costringerli a rifugiarsi in Egitto. Ad andarsene. Questa è un'altra Nakba. E senza un cessate il fuoco immediato, non resterà nessun Day After di cui discutere. Nessuna Gaza".
Salam Fayyad parla da Princeton, in cui è professore di Economia. Ma come tutti, è incollato alle notizie dallo Shifa. A lungo primo ministro, è l'uomo a cui tanti pensano in queste ore: perché è arrivato al potere a Ramallah con un governo tecnico nel 2007, l'anno della frattura tra Fatah e Hamas. Proprio per tentare di superarla. E ha lasciato un'impronta così forte da diventare una filosofia. Il fayyadismo. L'idea, cioè, di trattare per l'indipendenza, trattare su Gerusalemme, gli insediamenti, e tutte le questioni ancora aperte: ma intanto, costruire lo Stato. Costruire le sue istituzioni, le sue infrastrutture. I suoi cittadini. Un po' come Israele, che nel 1948, quando è stato fondato, esisteva già. Shimon Peres l'ha definito: Il Ben Gurion della Palestina. E molti altri, ora, un’"opportunità mancata”".

Nei suoi anni al potere, mentre Gaza sprofondava il PIL pro capite della West Bank aumentava del 221%. E l'ultimo anno, il 2012, nessun israeliano è stato ucciso.

Signor Fayyad, la priorità è il cessate il fuoco. Però, non si ha un cessate il fuoco proprio perché manca una soluzione per il “Day After”.

“Iniziamo da quella che di certo non è la soluzione: ridurci allo stremo, per poi imporci una soluzione dall'esterno. Contro o senza la nostra volontà. Che questo sia chiaro”.

Molti guardano all'Autorità Palestinese.

“Intanto, non so se l'Autorità Palestinese sarebbe disposta a governare Gaza. A tornarci a bordo di un carrarmato israeliano. Ma anche se fosse, sarebbe capace di governarla? No. E non è una questione tecnica, ma politica. Era in crisi già prima del 7 ottobre. E anzi: la sua crisi, che è una crisi di legittimità, è una delle ragioni per cui si è avuto il 7 ottobre. Non è capace di affrontare le tensioni nella Cisgiordania, e vorreste caricarla anche di Gaza? L'ideale, è ovvio, sarebbe avere nuove elezioni. Ma al momento non è realistico. Ed è per questo che non penso all'Autorità Palestinese. Non sarebbe espressione dei palestinesi”.

E cosa è espressione dei palestinesi?
“L'Olp. Che è il nostro organo più rappresentativo”.

Ma non include Hamas. Che è in vetta in tutti i sondaggi.

“Infatti penso a una Olp allargata. Come viene proposto da tempo, d'altra parte, perché la guerra, qui, non è cominciata il 7 ottobre, e i problemi sono gli stessi del 6: anche l'Olp, che è del 1964, va riformata. Hamas nel 1964 neppure esisteva. Ma non solo ha vinto le elezioni del 2006: da allora, ha guadagnato sempre più consenso. Con Hamas, l'Olp potrebbe parlare a nome di tutti. E nominare un governo”.

E Israele? Accetterebbe Hamas?

“Ma il punto non è accettarla o meno: Hamas c'è. E non è possibile eliminarla. Perché non è Yahya Sinwar e basta, non è Gaza e basta, non è combattenti e basta: è un movimento molto complesso. Tutte cose che Israele sa perfettamente”.

Cosa è Hamas?

“Recuperi un qualsiasi quotidiano degli anni '70. Legga dell'OLP. Legga di Arafat. Era visto come un terrorista. Esattamente come oggi è vista Hamas”.

Per Hamas, la Palestina va dal fiume al mare. Dal Giordano a est, al Mediterraneo a ovest. Non c'è spazio per Israele.

“E quando Netanyahu tira fuori una mappa del nuovo Medio Oriente, come all'Onu a settembre, e Israele va dal fiume al mare, non è uguale? Ma agli estremisti israeliani, nessuno dice mai niente. E certo nessuno pensa di escludere Israele dai negoziati”.

I suoi anni al governo sono stati anni di stagnazione politica, ma intanto, di sviluppo vertiginoso. E per questo il fayyadismo è così citato adesso. Tra le armi e i negoziati, è una terza via molto pragmatica: il self-empowerment. La consapevolezza di sé, e delle proprie potenzialità: per diventare artefici della propria vita. La sua terza via è la via giusta per un momento difficile come questo?

“Ora più che mai: è tempo di concentrarci su noi stessi. Perché alla fine, è il nostro stato: è una nostra responsabilità. Non verrà da altri. Come un atto di generosità. L'Occupazione si sfida così: costruendo una realtà diversa. Il problema, però, è che Israele non ha mai accettato la prospettiva di uno stato palestinese. Il massimo che è disposto a concedere è sempre meno del minimo che i palestinesi sono disposti ad accettare. Non ha mai davvero accettato neppure la nostra esistenza. La nostra esistenza come palestinesi: non come arabi. Nei suoi documenti ufficiali, l'espressione "popolo palestinese" si trova una volta sola: quando Rabin nel 1993 scrive ad Arafat, e riconosce l'Olp come rappresentante del popolo palestinese. Esattamente per non riconoscere direttamente il popolo palestinese”.

Su Foreign Affairs lei ha proposto un governo di transizione. Non teme che sia come con gli Accordi di Oslo? Con una transizione di 5 anni: e questo è il trentesimo.

“E infatti, come ho specificato, la premessa è il riconoscimento dei nostri diritti nazionali nei confini del '67. Incluso il diritto al ritorno. Solo così sarà poi possibile negoziare. Solo così avremo la garanzia che Israele questa volta è affidabile. Non ho la minima voglia di un'altra Oslo. Dopo tutti questi anni avere questo senso di giustizia, e questa chiarezza, è indispensabile. E ripeto: come punto di partenza, non di arrivo. Con scadenze precise. Con una risoluzione dell'Onu che specifichi la data di fine dell'Occupazione”.

Un'altra risoluzione dell'Onu? Nel 2022, le risoluzioni dell'Assemblea Generale su israeliani e palestinesi sono state 15. Più di tutte quelle sul resto del mondo.

“Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Una risoluzione vincolante. Se Israele intende davvero essere una nazione tra le nazioni, parte della comunità internazionale come tutti gli altri, non può interpretare gli obblighi come raccomandazioni. Un semaforo rosso non è un consiglio. Al semaforo rosso ti fermi e basta”.

Per questo nuovo governo, quale sarebbe in concreto un primo passo significativo per testare, appunto, se questa volta andrà meglio delle altre?

“Ha omesso di dire che sarebbe un governo unico. E quindi, iniziamo da un collegamento tra la Cisgiordania e Gaza. Materialmente. Una strada. O vogliamo entrarci ancora dall'Egitto?”.

Scusi se insisto. Ma se Hamas ricomincia con i razzi?

L'Olp si impegnerebbe a una transizione pacifica. Il senso dell'inclusione di Hamas, il senso di un’Olp allargata, è questo. Avere delle regole del gioco. Per tutti”.

Ma perché dopo il 7 ottobre Israele dovrebbe fidarsi? E dire di sì?

“Perché altrimenti continueremo così. Anche a prescindere dalla questione morale: è nel suo interesse. Gli è utile tutto questo? Tutte queste guerre? Cosa ottiene? E comunque, posso interrogarmi su Israele fino a un certo punto. Non è da Israele che verrà la mia libertà”.

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